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Mps non scalda Orcel e il Tesoro studia l’ipotesi “spezzatino”

Sarà un’altra estate con la gatta Mps da pelare. Secondo più interlocutori, l’Unicredit di Andrea Orcel non è per ora interessata a rilevare la banca senese, che il Tesoro padrone al 67% è impegnato con l’Ue a rivendere entro l’aprile 2022. Così, in attesa degli stress test con cui il 31 luglio la vigilanza dell’Eba scoperchierà un deficit patrimoniale su Mps fino a 2,5 miliardi, il socio pubblico inizia a valutare una seconda opzione possibile: in gergo, si dice “spezzatino”.
La proroga al giugno 2022 degli incentivi sulla fiscalità differita (le “Dta”) per banche che si fondono, inserita dal governo nel decreto Sostegni bis al varo e che per Mps può valere fino a 3,4 miliardi di euro in capitale, è un altro segno che la «soluzione strutturale» cercata dal Tesoro non è vicina. Anche perché nelle sue prime interlocuzioni Orcel avrebbe chiarito che per Unicredit comprarsi tutto il Monte non è una prospettiva desiderabile. Ai dirigenti del Tesoro sembra invece che il banchiere romano abbia dato disponibilità a valutare l’acquisto delle attività Mps in Toscana e nel Nordest. Due regioni dove si concentra una discreta fetta dei 146 miliardi di attivi, e che forse Unicredit potrebbe coprire con il capitale derivante dalle “Dta”. In cambio, l’acquirente potrebbe impegnarsi a tener vivo, almeno in Toscana e per un periodo, il marchio Mps e il quartier generale a Siena, mitigando le eccedenze di personale. Viceversa, Unicredit non ha interesse per le filiali del Sud, anche perché la sua rete dell’ex Banco di Sicilia unita a quella di Mps violerebbe di molto le soglie Antitrust. Per queste filiali potrebbe intervenire Mcc, la banca pubblica già dotata di 900 milioni a fine 2019 dal governo Conte per salvare la Popolare di Bari e creare un polo bancario nel Sud. Tuttavia Mcc, che ha circa 350 milioni di capitale libero, andrebbe nuovamente “dotata”. Un altro boccone da smaltire, non tra i prescelti, saranno i rischi legali, di quasi 10 miliardi di euro e che non hanno compratori di mercato. Rischi in possibile aumento, se il gip di Milano Guido Salvini desse seguito fino alle imputazioni alla perizia chiesta a Gian Gaetano Bellavia e Fulvia Ferradini, per cui dal 2012 al 2015 Mps non contabilizzò tempestivamente rettifiche su crediti per 11,42 miliardi di euro, quasi la stessa cifra netta di quanto chiedeva al mercato negli aumenti 2014-2015. Una diga per arginare i rischi legali potrebbe coinvolgere Sace, altra controllata del Tesoro che offre coperture assicurative in cambio di premi; si lavora poi a un accordo con Fondazione Mps, che ha chiesto 3,8 miliardi di danni. La soluzione spezzatino è articolata e complessa, come si nota. Ma non esiste a oggi una terza via, salvo considerare tale la risoluzione della banca, ipotesi che nessuno vuole nominare. Per fortuna la cornice istituzionale e di mercato è propizia: le azioni di politica fiscale e di vigilanza hanno gonfiato gli utili del settore in tutto il mondo – perfino Mps è tornata all’utile netto nel primo trimestre, per 119 milioni – , gli investitori guardano con favore agli spunti “bancari” e la guida di Mario Draghi al governo pare il miglior viatico per un’interlocuzione morbida con Commissione europea e Bce sul delicato dossier. Sarebbe bello anche avere una governance coesa ed efficace in banca: purtroppo, però, le gravi frizioni tra la presidente Patrizia Grieco (gradita a Pd e Iv) e l’ad Guido Bastianini (imposto dai M5s) da mesi spaccano in due il vertice. E benché il cda senese abbia votato all’unanimità tutte le delibere maggiori, dietro le quinte non si contano esposti tra fazioni e sgambetti di vario tipo. A fronte delle voci su un’uscita di Grieco, che il 17 giugno sarà nominata presidente di Assonime, fonti di Mps informano che «la presidente non intende assolutamente lasciare l’incarico prima della scadenza di mandato».
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