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Mps, Mansi lima la quota e cerca soci

MILANO — «Va accelerata la vendita, per ora stanno svuotando il mare con il cucchiaio»: così presso le banche creditrici si commentano le prime mosse della Fondazione Mps, che ha cominciato a cedere sul mercato da circa una settimana piccole quote della banca come via per fare cassa e ridurre i 339 milioni di debiti. Per ora sarebbero stati venduti limitati pacchetti di azioni, sembra meno dell’1%, anche se non è stato possibile avere conferme dirette.
Nonostante l’alleggerimento delle posizioni sia visto con favore dalle banche creditrici (che hanno in pegno l’intero 33,4% della fondazione) non è certo la Borsa la via prescelta dalla presidente dell’ente, Antonella Mansi per chiudere la partita del debito. Con l’advisor Lazard i sondaggi sul mercato sono in corso con l’obiettivo di una vendita a tre-quattro investitori istituzionali con i quali condividere la governance. Ma quella che continua ad aleggiare come probabile è l’ipotesi della «soluzione di sistema» delle Fondazioni. Nonostante la presa di distanza di Giuseppe Guzzetti, presidente della fondazione Cariplo, che mercoledì ha detto di non essere al lavoro sul dossier, e nonostante le difficoltà legate al costo complessivo dell’operazione, le fondazioni Cariplo, Cariverona e forse Compagnia di Sanpaolo o CariFirenze sembra siano ancora interessate a rilevare le azioni Mps, anche con la partecipazione di uno-due fondi sovrani con i quali condividere l’onere complessivo dell’investimento. Sul piatto vanno messi i 300 milioni circa per le quote Mps che Mansi deve vendere per ripagare i debiti e poi 1 miliardo come quota nell’aumento di capitale. Il nodo resta il prezzo: l’offerta originaria delle fondazioni era di 0,14 euro contro una richiesta iniziale di Siena di 0,24 euro. Ora che il titolo è stabile a 0,18 euro (ieri +0,48%) potrebbero esserci spazi di accordo, secondo alcuni osservatori.
Il tempo rimasto non è molto, visto che l’aumento di capitale dovrà partire almeno il 12 maggio e che è volontà del presidente Alessandro Profumo e dell’amministratore delegato Fabrizio Viola incassare i 3 miliardi entro il 30 giugno per pagare cash la cedola sui Monti bond evitando così di dover girare al Tesoro azioni Mps (sarebbe una parziale nazionalizzazione). Sul punto è intervenuto ieri il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ricordando che i 4 Monti bond dati a Mps non sono «né un regalo né un aiuto a fondo perduto ma un prestito sul quale la banca paga un interesse del 9%. Un tasso penalizzante per rendere più forte il processo di risanamento». Il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, ha invece detto di «non vedere assolutamente un rischio» per il sistema se l’aumento di capitale di Mps fallisce: «Certamente ci auguriamo tutti che questo non si verifichi, ma non avrebbe assolutamente le conseguenze che sono state paventate».
Intanto ieri la Consob ha precisato che «sugli strutturati» di Mps «è stata fatta da tempo trasparenza», senza «alcun silenzio. Il mercato, su indicazione dell’autorità di vigilanza, ha avuto da Mps le informazioni sui possibili impatti derivanti dalle operazioni Alexandra e Santorini» e che «l’opacità dei rapporti tra Mps e Deutsche Bank è stata rilevata da tempo da Consob, che fin dal luglio 2013 ha attivato la cooperazione con la tedesca BaFin». Data la «estrema complessità degli strumenti», sottolinea la Consob, anche gli organismi internazionali sulla contabilità (Ifric) non hanno dato una «valutazione conclusiva» sulla loro iscrizione a bilancio, rimettendo la decisione agli amministratori. Mps ha scelto di non considerarli come derivati anche se — su richiesta della Consob — indica in bilancio quali sarebbero pro forma gli effetti se fossero conteggiati come credit default swap . In ogni caso, l’authority sta «ultimando le valutazioni in merito alla correttezza dell’operato» dei revisori del Monte, Kpmg, «in vista di eventuali contestazioni».

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