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Mps, lotta contro il tempo si punta sulla vendita di filiali

È proprio vero che le disgrazie non vengono mai da sole. Basta guardare al Monte dei Paschi. Neanche il più ardito sceneggiatore di Hollywood avrebbe avuto il coraggio di inserire, in un’unica trama, una catena di eventi così negativi. Fino all’ultima dei giorni scorsi, la meno prevista: il crollo dell’“azionista di riferimento” , ovvero il Comune di Siena, che esprime ben 8 consiglieri su 16 nella Fondazione che controlla la banca. Il sindaco Franco Ceccuzzi è stato costretto a rassegnare le dimissioni per l’impossibilità di approvare il bilancio, essendo venuti meno sei consiglieri comunali del Pd di area ex Margherita. Una vendetta – si dice per aver voluto azzerare tutti i vertici della banca nominando prima Fabrizio Viola quale direttore generale (e poi ad) e Alessandro Profumo quale presidente. E per aver voluto chiedere in anticipo anche la testa di Gabriello Mancini, presidente della Fondazione (anche lui di area ex Margherita). “Aria nuova”, aveva detto Ceccuzzi, e s’è visto com’è finita. A tramare alle sue spalle, secondo le vivide ricostruzioni dei giornali locali, ci sarebbe la famiglia Monaci, in particolare i fratelli Alberto (ex democristiano doc) e Alfredo (eletto nel 1993 con la lista civica di centro-destra, poi transitato nel Ccd e infine con Rutelli). Entrambi veri e propri boss in grado di muovere molte pedine, quelle che hanno fatto venir meno il sostegno al sindaco. Ultimo, questo, di una serie di eventi negativi da mettere i brividi. Solo un anno fa il Monte dei Paschi aveva deciso – dopo aver tentennato per mesi – un aumento di capitale da 2,1 miliardi che sembrava aver messo a posto le cose. Ma l’“esercizio” dell’Eba ai primi di ottobre aveva mostrato la necessità di un buffer temporaneo di capitale da 3,1 miliardi. Nel frattempo la Fondazione, che si era indebitata per trovare i fondi per sottoscrivere l’aumento di capitale, si scontrava con la realtà, e cioè con l’impossibilità di sostenere tali costi: la soluzione è stata quella di vendere degli asset (tra cui anche un 15 per cento della banca, fino ad allora controllata con oltre il 50) per ridurre e ristrutturare il debito. Nelle scorse settimane, poi, la plateale indagine della Guardia di Finanza, con perquisizioni a tappeto anche nelle abitazioni dei vertici. E adesso arriva anche l’ultima mazzata, la caduta della Giunta comunale e il probabile arrivo di un commissario. L’addio del sindaco Ceccuzzi, il propugnatore di un reale rinnovamento, lascia il management della banca solo proprio in un momento cruciale. Fra poco più di un mese, infatti, scade il periodo lasciato agli istituti di credito dall’Eba (l’autorità bancaria europea) per portare i coefficienti di patrimonializzazione a un livello più alto: più esattamente mancavano all’appello, secondo i calcoli dello scorso ottobre, 3,1 miliardi, corrispondenti a 310 basis point (3,1 per cento) in più sul Core Tier 1. L’impresa di alzare i ratio patrimoniali al livello voluto dall’Eba sembra, ogni giorno che passa, sempre più complicata. Al contrario delle altre banche italiane indicate a suo tempo dall’autorità, e cioè Unicredit, Banco Popolare e Ubi, qui i margini di manovra sono sembrati fin dall’inizio assai più angusti. E le vie d’uscita poche. Ora l’ad, Fabrizio Viola, si è chiuso a riccio, lasciando trapelare qua solo qualche ipotesi, e demandando di fatto lo scioglimento dell’enigma alla presentazione a metà giugno del nuovo piano industriale. In un recente report, Paola Sabbione, analista di Deutsche Bank, ha ricostruito con meticolosità sia le azioni già svolte sia quelle ancora possibili. Intanto l’1 di quel 3,1 per cento mancante al Core Tier 1 è già stato trovato con la conversione in capitale dei bond fresh in mano alla Fondazione. Un altro 0,5 è considerato acquisito con l’applicazione a tutto il portafoglio dei cosiddetti “modelli interni” per la valutazione dei Rws. Un altro 0,2 verrebbe dagli utili non distribuiti. Fin qui le cose più o meno “sicure”, ma mancano all’appello ancora 1,4 miliardi. La banca ritiene di poter deconsolidare la controllata che gestisce l’It di tutto il gruppo (magari cedendone il 51 a un altro soggetto), il che varrebbe, in termini di Core Tier 1, un altro 0,5 per cento. Per raggiungere l’obbiettivo fissato dall’Eba mancherebbero ancora 900 milioni. Che potrebbero arrivare, per la metà, dalla creazione di una joint venture per Consumit, la società di credito al consumo ora posseduta al 100 per cento. Per l’altra metà dalla vendita di filiali. Il management ha messo da tempo sul mercato Biverbanca: le offerte vincolanti da parte di Cassa di risparmio di Asti e della Popolare di Vicenza arriveranno nei prossimi giorni. Si parla di 200-250 milioni, e su questi, almeno, la chiusura dovrebbe arrivare entro il 15 giugno. Sono disponibili per la vendita, inoltre, tra 100 e 200 filiali di Antonveneta in Veneto, Friuli e Trentino, e Viola ha messo sul piatto anche il marchio. È vero che al momento non sembra facile vendere filiali, tantopiù che c’è un certo affollamento, poiché anche Barclay’s ha deciso di disfarsi delle sue in Italia. Ma il vantaggio, per il potenziale acquirente, di quelle di Antonveneta è quello di poter mettere le mani su un marchio che ha una sua forza territoriale. L’ad Viola sta dunque combattendo una guerra su molti fronti e solo fra una quindicina di giorni sapremo cosa accadrà. Sembra però probabile che si debba mettere sul piatto un’altra operazione per alcune centinaia di milioni, se non altro perché è difficile che tutti i tasselli vadano al loro posto in così poco tempo. Non a caso lo stesso Viola ha parlato della possibilità dei “Coco” bond, che valgono come equity. Strumenti molto rischiosi per gli investitori e quindi con un alto tasso di rendimento, destinati soprattutto a hedge fund. Sembra escluso, invece, qualsiasi intervento della Cassa depositi o dello Stato.

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