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Mps, l’ok di Bce al piano «senza alternative»  

«Non ci sono piani B», ha ribadito ieri il Monte dei Paschi su richiesta della Consob. Ricordando nei fatti quanto sia alta la posta in palio all’assemblea di oggi: senza il via libera all’aumento di capitale da cinque miliardi si aprono scenari incerti e quindi decisamente cupi. Che potrebbero essere gli stessi con cui si faranno i conti se il mercato volterà le spalle a Siena, ma con il sì dei soci almeno la banca se la potrà giocare. E, dirà con ogni probabilità oggi il ceo Marco Morelli, i segnali non sono così negativi come si poteva temere: la Qia, il fondo sovrano del Qatar, è in data room da giorni e candidata naturale a diventare socio di riferimento mettendo sul tavolo un miliardo (c’è chi spera in un impegno formale pur non vincolante nei prossimi giorni), e dalla conversione dei bond potrebbe arrivare un contributo anche più sostanzioso di quel miliardo e 43 milioni ipotizzato nelle settimane scorse (ma si è saputo ieri), soprattutto qualora Generali – come ha ribadito ieri il ceo – decidesse di trasformare in azioni la propria quota di subordinati.
Molto di più Morelli oggi non potrà dire, anche perché l’incertezza è tanta e in gran parte legata al referendum del 4 dicembre, alle ripercussioni sul mercato e di conseguenza all’esistenza o meno della garanzia del consorzio guidato da Jp Morgan e Mediobanca.
Davanti al nuovo consigliere delegato, subentrato a settembre a Fabrizio Viola, dovrebbe presentarsi poco più del 20% del capitale, il minimo per poter costituire validamente l’assemblea: il nocciolo duro ridotto sotto il 10% (di ieri la notizia che la Fondazione Mps ha ulteriormente assottigliato allo 0,8% la sua quota), i fondi esteri con il 5-6% e almeno altrettanto raccolto dalle migliaia di deleghe di piccoli soci. Destinati a essere i più penalizzati dall’operazione, vista la diluizione.
L’impalcatura costruita da Jp Morgan e Mediobanca – a cui si è affiancato il lavoro di Lazard, advisor della banca, ma anche di Vitale & Co, advisor dei consiglieri indipendenti – è stata in parte rivista rispetto alla versione di luglio e quindi ieri in zona Cesarini è arrivato il nuovo e necessario via libera al piano da parte della Bce, che però – ha ribadito ieri la banca – ha ancora in corso un’ispezione a tutto campo sul portafoglio crediti della banca, i cui esiti si conosceranno nel primo semestre 2017 e potrebbero ovviamente incidere sul costo del rischio.
Intanto, però, gli occhi sono sul piano. Complesso, rischioso e costoso, come emerge dalle informazioni diffuse ieri dalla banca su richiesta della Consob che, come anticipato ieri da Il Sole, martedì aveva inviato richiesta formale a Rocca Salimbeni. Dalle 43 pagine pubblicate emerge che in totale i costi del maxi-cantiere ammontano a 448 milioni: l’aumento 170, la cartolarizzazione 69, la conversione dei bond 22 milioni, il piano industriale 2 e poi altri 179 milioni relativi ad altri due prestiti subordinati. Come accennato, dalla conversione dei bond perpetui e subordinati Mps spera che arrivino almeno 1,043 miliardi di cui 208 milioni dai 37mila piccoli investitori titolari del bond 2008-2018 (che però continua a essere venduto). In realtà la banca punta a raccoglierne almeno un miliardo e mezzo: in quel caso resterebbero da trovare altri 3,5 miliardi, e un ulteriore contributo potrebbe arrivare dall’offerta di conversione del prestito Fresh 2008, un miliardo facciale, con una valorizzazione del 23,5% rispetto al valore nominale: in totale, in questo caso, “balla” un apporto di poco inferiore ai 300 milioni. Agli azionisti convocati per oggi a Siena, a fronte di un’inevitabile diluizione, spetterà un diritto di prelazione sulle azioni destinate al mercato e soprattutto l’assegnazione gratuita della tranche junior della cartolarizzazione delle sofferenze pari a 1,5 miliardi che «è attualmente oggetto di valutazione da parte di un perito esterno. Le stime preliminari incluse nei prospetti consolidati conducono a un fair value di 427 milioni di euro che, tuttavia potrebbe discostarsi rispetto alla valutazione finale che il perito rilascerà», ha spiegato il Monte.
Archiviata la parte straordinaria e – in apertura – gli altri punti dell’ordinaria, chiamata a deliberare tra l’altro anche sulla proposta di riduzione del capitale sociale a copertura delle perdite pregresse, l’assemblea voterà per la nomina del nuovo presidente al posto del dimissionario Massimo Tononi. Unico candidato, proposto dalla Fondazione Mps, è Alessandro Falciai, tra i principali azionisti della banca con una quota pari all’1,8% circa. Inoltre, l’assemblea dovrà nominare, sempre per sostituire Tononi, un nuovo membro del cda, individuato, sempre su proposta della Fondazione, in Massimo Egidi.
Conclusa l’assemblea, si riunirà subito il cda per esercitare le delega conferita dai soci. Un atto necessario però per partire con la conversione dei bond (formalmente ai titolari verrà conferita una somma congelata fino alla sottoscrizione delle azioni): visto che è coinvolto il retail, serve la pubblicazione di un prospetto già in Consob e atteso quindi per venerdì.
In parallelo, procedono i lavori preliminari con Quaestio e Fonspa per la maxi-cartolarizzazione con Atlante, che nei numeri definitivi si discosta in misura marginale da quelli originari; cambia invece il “compenso” per il fondo di Alessandro Penati: anziché warrant per il 7% delle azioni della nuova Mps, andrà un importo cash di 200 milioni.

Marco Ferrando

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