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Mps, la richiesta al Tesoro e il toto-alleato tra Intesa e Unicredit

«Mps e Carige troveranno nelle prossime ore tutte le condizioni per poter rispondere alle segnalazioni che arrivano dall’Europa. Questa situazione sarà affrontata con determinazione, ma senza pensare che il problema sia irrisolvibile», ha detto ieri sera Matteo Renzi parlando a «Otto e mezzo».  Il problema è soprattutto per la banca senese e sta tutto in un numero: 2,111. Sono i miliardi che mancano all’istituto, secondo i calcoli della Bce negli stress test in vista del passaggio alla Vigilanza unica bancaria di Francoforte, il 4 novembre. Calcoli che peraltro — come ha rivelato ieri il  Wall Street Journal  — per qualche minuto sono usciti anche sbagliati (e peggiorativi) per il Monte e per altri gruppi importanti come Deutsche Bank: un errore subito corretto dagli uomini della Bce e dell’Eba ma che non è sfuggito all’attenzione degli investitori, suggerisce il Wsj. Entro il 10 novembre l’istituto presieduto da Alessandro Profumo e guidato da Fabrizio Viola dovrà dire dove quei 2,1 miliardi saranno trovati, ed entro nove mesi quei soldi dovranno essere in cassa. Ma la situazione non è facile, per vari motivi. E nel frattempo il mercato punisce il titolo in Borsa: ieri -21%. Ora  Mps vale appena 4 miliardi, meno dei 5 dell’aumento di capitale di giugno. La banca punta a ridurre il più possibile quel fabbisogno di capitale. Siena e la stessa Banca d’Italia hanno avuto da ridire sulla cifra emersa dagli stress test.  «Il fabbisogno rilevato è in parte determinato dall’ipotesi di restituzione …  della parte residua degli aiuti di Stato di cui la banca ancora beneficia in linea con l’impegno preso» con la Commissione Ue. «Non tenendo conto di tale impegno, la carenza di capitale risulta pari a circa 1.350 milioni», ha scritto Bankitalia.  Una via potrebbe essere lo slittamento del rimborso degli aiuti di Stato (Monti bond).  Mps ne ha in pancia ancora 1,1 miliardi: l’impegno  preso con Bruxelles a novembre 2013  era di un rimborso di 750 milioni di bond entro il 2016, il resto nel 2017. Ora l’impegno potrebbe essere rimesso in discussione. Ieri pomeriggio Profumo si sarebbe recato al ministero dell’Economia per verificare la possibilità di ottenere il rinvio del rimborso come una delle misure di intervento che  l’istituto sta studiando con gli advisor Ubs e Citi. Ma il quadro è complesso. Viola ha «escluso in modo categorico» il ricorso a nuovi aiuti di Stato. A sua volta il Tesoro domenica ha detto di confidare in «ulteriori operazioni di mercato». Anche perché se scattasse un nuovo aiuto di Stato, questa volta a sostenere le perdite sarebbero chiamati anche i creditori privati, secondo la regola del «bail-in». Ma un rimborso posticipato potrebbe non essere considerato  aiuto di Stato. Anche gli analisti di Mediobanca Securities indicano il rinvio del  rimborso tra le  soluzioni.  Ma anche se la banca ottenesse dalle varie authority coinvolte — Banca d’Italia, Bce, Antitrust Ue (competente per le banche in ristrutturazione), ministero del Tesoro — l’ok allo slittamento sui Monti bond, resterebbe pur sempre 1,35 miliardi da trovare.  Profumo e Viola ieri hanno spiegato che stanno valutando «tutte le opzioni strategiche». Cioè non solo operazioni sul capitale ma anche integrazioni o fusioni con un altro istituto.     Le prime sono quelle, già considerate dagli analisti, di un bond convertibile da circa 1 miliardo (i cosiddetti «additional tier 1»), la vendita di gran parte dei titoli di Stato in pancia e  un aumento di capitale vero e proprio. Secondo gli analisti di Equita sim la ricapitalizzazione potrebbe essere di 1,5 miliardi. Poi ci sono le cessioni: visto che molte delle cose da cedere  sono già impegni del piano di ristrutturazione in corso, servirebbero altri asset. Di fatto si potrebbe arrivare a uno spezzatino della banca. Resta l’ipotesi di un’integrazione, che è ben vista dalla Banca d’Italia, come ha detto il vicedirettore generale Fabio Panetta. Anche Equita scrive che dal conteggio dei Monti bond «emerge una moral suasion evidente per considerare a breve ipotesi di aggregazione» da parte della Bce.  In Italia gli indiziati a un merger sono le tre banche che dopo gli stress test hanno maggior surplus di patrimonio: Unicredit, Ubi Banca, Intesa Sanpaolo. Ieri il ceo della prima, Federico Ghizzoni, si è tirato fuori. Intesa Sanpaolo è da sempre considerata dagli analisti  una sposa ideale per Mps, anche se ci sarebbero problemi di sovrapposizioni in Toscana. Per il ceo di Ubi, Victor Massiah, «non ci sono dossier aperti. Nel caso sarebbe Ubi a scegliere, il gruppo ha una storia di creazione di valore». Ma  non è detto che si debba trattare di fusione  tout court :  si potrebbe cominciare con una quota non di controllo, così da non far scomparire il marchio, suggeriscono  fonti finanziarie. Resta poi sempre l’idea della banca straniera, come Bnp Paribas o un altro grande gruppo europeo.

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