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Mps, la Nomura nel mirino sequestro di 1,8 miliardi truffa e usura per l’ex presidente

MILANO — Gli inquirenti del caso Mps chiedono il sequestro «preventivo e urgente» di flussi e proventi derivanti dall’operazione Alexandria, compresa la liquidità da 1,86 miliardi che la banca senese deve versare alla controparte giapponese Nomura per il contratto scellerato con cui a metà 2009 occultò perdite in arrivo legandosi fino al 2034 in un ardito riacquisto di Btp da 3 miliardi, costato 1,4 miliardi di perdite nei soli bilanci al 2011 di Mps, e frutto di commissioni e bonus multimilionari ai manager tutti. È il colpo grosso che i pm valutano da fine gennaio, sempre tenuto coperto e smentito malgrado le indiscrezioni.
Ieri i magistrati hanno aggiunto 2,5 milioni da confiscare all’ex presidente Giuseppe Mussari, 9,9 milioni all’ex dg Antonio Vigni e altri 2,2 milioni al capo della finanza, Gianluca Baldassarri.
I magistrati senesi, con gli agenti della Gdf, hanno iniziato la giornata nella sede centrale della Banca d’Italia, mostrando alla vigilanza i decreti di sequestro — 68 pagine — che frattanto notificavano ai registi del derivato creditizio “Alexandria”. Non solo il trio di manager che reggeva la passata gestione Mps — Mussari, Vigni e Baldassarri — ma anche l’ex presidente Nomura Sadeq Sayeed e il suo capo dei venditori finanziari Raffaele Ricci. Tutti e cinque sono indagati per usura e per truffa pluriaggravate, «per aver agito a danno di Mps e ad esclusivo vantaggio di Nomura» nel riassetto dell’obbligazione esotica. I tre italiani – indagati anche per ostacolo alla vigilanza, false comunicazioni sociali e infedeltà patrimoniale – avrebbero abusato dei rapporti di ufficio al fine di «preservare rispettive posizioni di potere e prestigio in Mps», perseguendo «interessi individuali e accettando i rischi di corrispondere a Nomura interessi usurari o comunque sproporzionati»; i due “giapponesi” invece «approfittarono della condizione di debolezza di Mps per ottenere commissioni clandestine milionarie».
Gli effetti economici dell’ormai famosa ristrutturazione Alexandria, che Deutsche Bank e Jp Morgan rifiutarono di compiere per la scarsa trasparenza e difficile contabilizzazione, sono duraturi e drammatici. In cambio dell’accollo di 220 milioni di perdite del veicolo Alexandria, nell’estate 2009, Nomura ottenne da Mps la sottoscrizione di derivati con valore iniziale negativo da 308 milioni, incassò commissioni per 88 milioni, costrinse la banca italiana a versare un collaterale in contanti — sui Btp dati a garanzia — di 1,49 miliardi medi giornalieri, subendo costi per almeno 111 milioni per «soddisfare tali esorbitanti obblighi di marginazione». Mentre i giapponesi su quei 3 miliardi in Btp intascavano il 5% fisso annuo di cedole (ripagando un variabile dello 0,39% a Mps), e con il collaterale si finanziavano quasi gratis, in mesi drammatici in cui Mps chiedeva e otteneva liquidità segreta per 2 miliardi da Bankitalia per non saltare.
Nomura ha replicato secca via nota: «Siamo informati del potenziale sequestro di garanzie a fronte delle transazioni con Mps. Nessun asset di Nomura è stato sequestrato. Faremo tutti i passi necessari a proteggere la nostra posizione e contesteremo vigorosamente ogni illazione di illeciti». La banca giapponese non pare incline a cedere i suoi diritti contrattuali, forte anche della irrituale telefonata registrata con cui, nel luglio 2009, Sayeed dettò a Mussari la linea da tenere sull’accordo. «Fu qualcosa di veramente singolare – ha raccontato Daniele Bigi, capo dell’amministrazione e bilancio Mps presente all’evento – Mussari che non parla bene inglese iniziò a leggere un canovaccio, aspettava una domanda e leggeva la risposta: la conversazione aveva tutta l’aria di essere una recita predisposta». Inoltrata al presidente da Baldassarri, che l’aveva concordata con Ricci, suo interlocutore dai tempi in cui, in Dresdner, creò il veicolo Alexandria. Ricci, nel solo 2009, ottenne bonus per 10 milioni di dollari in azioni Nomura; anche Mussari e Vigni, ebbero bonus quell’anno, tenendo artatamente (con Alexandria) i conti Mps in piccolo utile.
La bomba Alexandria, peraltro, non è spenta. Nel primo triennio ha causato perdite da 1,4 miliardi (mentre tutti gli altri 23 miliardi di titoli di Stato su cui Mps investiva hanno perso 2,4 miliardi), e malgrado la pulizia da 308 milioni in bilancio 2012 continua a produrre effetti: tra il 19 febbraio e il 5 aprile, a seguito del rincaro dello spread che ha deprezzato i Btp, Mps ha versato 370 milioni in più a Nomura. Anche per questo gli inquirenti hanno chiesto con urgenza massima il sequestro di garanzie, contratti e flussi e pagamenti targati Alexandria.
Dalle carte emerge un altro impietoso episodio di imperizia degli ex Mps. Nel 2007 Piero Montani (ad Antonveneta) incontrò Mussari e Vigni dopo l’annuncio di acquisizione. «Il resoconto del colloquio — scrivono i pm — dimostra la loro macroscopica dissennatezza»: capirono ex post che oltre a 9 miliardi cash chiesti dal Santander ne servivano 10 di finanziamenti. Montani disse: «Ma questi hanno capito veramente quanto devono pagare?».

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