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Mps, la Fondazione pronta a togliere il limite del 4% al voto

Il peso della politica locale rischia ancora una volta di frenare Banca Mps. Più dell’attesa per i conti del primo trimestre, che saranno esaminati dal consiglio d’amministrazione di Rocca Salimbeni domani e resi noti mercoledì, è l’incertezza sui tempi per rivedere il tetto del 4% al diritto di voto che sta alimentando il vento borsistico contrario al titolo senese (-2,6% a 0,20 euro).
La strada imboccata dal gruppo presieduto da Alessandro Profumo per cercare di evitare la nazionalizzazione è molto stretta e prevede alcuni passaggi obbligati, il primo dei quali è l’ok della Commissione europea al piano industriale. Il finanziamento pubblico, sottoscritto dal Tesoro per circa 4 miliardi attraverso i Monti bond, è subordinato al via libera di Bruxelles e per questo ha una durata provvisoria di sei mesi. La riscrittura del piano, come ha confermato l’amministratore delegato Fabrizio Viola, sarà pronta a giugno. Poi c’è tempo fino a tutto agosto per avere il disco verde della Commissione. Che però, al pari di Bankitalia, chiede di cancellare il limite al diritto di voto.
Anche la Fondazione Mps, azionista di maggioranza relativa di Montepaschi (34,17%) e fin qui unico beneficiario dell’anacronistico vincolo assembleare (per statuto ne è infatti esclusa), comincia a valutare l’opportunità di una “normalizzazione” non più rinviabile. In primo luogo perchè lo stesso Ente presieduto da Gabriello Mancini sta riscrivendo il proprio statuto (ieri c’è stata una riunione decisiva) con l’obiettivo di far fare un passo indietro alla politica, attribuendo alle istituzioni elettive locali non più della metà delle nomine nell’organo d’indirizzo (deputazione generale).
La seconda motivazione è ancora più pressante: per ripagare i 350 milioni di debito, che gravano sui conti per oltre 20 milioni all’anno, la Fondazione deve vendere almeno il 15% di Banca Mps, riducendo intorno al 20% la propria partecipazione. Mancini e il direttore generale Claudio Pieri vorrebbero farlo il prima possibile. Ma con il limite del 4% al voto difficilmente ci riusciranno. È lo stesso problema che i vertici della banca incontreranno in vista dell’aumento di capitale da un miliardo, con esclusione del diritto d’opzione: mossa prevista dal piano industriale per restituire una parte dell’aiuto pubblico, ma che rischia di diventare una cartuccia bagnata se non viene cancellato il vincolo al voto.
A rallentare i tempi per sciogliere questo nodo che tutti sembrano voler affrontare, dalla Banca alla Fondazione (con la pressante benedizione di Bruxelles e Roma), sono considerazioni di opportunità politica in sede locale, dove a fine maggio si voterà per eleggere il nuovo consiglio comunale e il nuovo sindaco. Un bel pasticcio. Siena riuscirà a tenere insieme gli interessi elettorali del territorio con quelli della Fondazione e del gruppo di Rocca Salimbeni? In passato non è stato così e sia l’Ente di Palazzo Sansedoni sia Banca Mps ne stanno pagando le conseguenze. L’ultima ieri: l’Adusbef ha annunciato una class action contro il Montepaschi aperta a tutti i risparmiatori che hanno acquistato azioni in occasione dell’aumento di capitale di giugno 2011.

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