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Mps, la Finanza sequestra 40 milioni a Baldassarri, il suo vice e tre broker Vigni interrogato otto ore dai pm

Il faccia a faccia del direttore generale di Montepaschi Siena, Antonio Vigni, con i pm di Siena dura otto interminabili ore e contemporaneamente in vari istituti di credito italiani la Guardia di Finanza sequestra 40 milioni di euro, in titoli e in denaro, che erano rientrati in Italia “scudati”, cioè messi in regola in base alla legge Tremonti. Due conti, rispettivamente per 18 e 10 milioni di euro, sarebbero intestati a Gianluca Baldassarri, ex capo area finanza di Mps ed al suo vice, Alessandro Toccafondi. Il resto — 12 milioni — farebbe capo a tre broker esterni al Montepaschi.
I cinque decreti di sequestro, firmati dai pm di Siena Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso, sono stati eseguiti in «banche e fiduciarie» dagli uomini del Nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza e resi noti a Borsa chiusa. La procura ipotizza si tratti proprio di quei “pagamenti riservati” a quella che l’ex broker della banca d’affari Dresdner Antonio Rizzo ha definito la “banda del 5%”: un’associazione composta da ex funzionari di Rocca Salimbeni e intermediari che avrebbero preso una percentuale indebita su ogni operazione finanziaria. I pagamenti sarebbero stati effettuati — come nel caso dell’operazione con Lutifin e Dresdner — in cambio dell’acquisto, da parte dell’istituto di credito, di un “pacchetto titoli” all’interno dei quali vi erano alcuni derivati che presentavano forti perdite. E infatti l’ipotesi di reato avanzata ieri dagli inquirenti è associazione a delinquere finalizzata alla truffa in danno della banca Monte dei Paschi.
Proprio di Baldassarri parla Rizzo, che tre giorni fa ha confermato alla Finanza tutte le accuse nei suoi confronti, già messe a verbale nel 2008. I tre broker ai quali sono stati sequestrati gli altri soldi sarebbero quegli intermediari che con i funzionari Mps avrebbero diviso gli “extra” provenienti dalle operazioni finanziarie concluse. Dunque, strettamente legate alle operazioni di sequestro effettuate ieri dalla Finanza, ci sarebbero le ipotesi di associazione a delinquere
e truffa.
Ipotesi di reato che invece non riguardano né l’ex presidente Giuseppe Mussari né l’ex direttore generale Antonio Vigni. Questi ultimi sono invece indagati per tre diversi reati: ostacolo alla vigilanza, manipolazione del mercato e falso in prospetto. Il primo del tre reati in concorso con Marco Morelli, ex numero tre di Rocca Salimbeni, e con Daniele Pirondini, ex direttore finanziario. Nell’ambito del programma di finanziamento ideato per il reperimento delle risorse finanziarie necessarie per l’acquisizione di Antonveneta, Mussari, Vigni e Pirondini sono indagati per aver partecipato e contribuito «alla predisposizione della complessa operazione finanziaria denominata Fresh 2008, diffondendo al mercato notizie false idonee a determinare una sensibile alterazione del prezzo dell’azione ordinaria Monte dei Paschi».
E proprio a Vigni ieri i pm hanno contestato queste ipotesi di reato nel corso del lunghissimo interrogatorio. Secondo gli inquirenti, infatti, fu anche lui, tra gli altri, a nascondere a Bankitalia e Consob che il prodotto finanziario “Fresh” da un miliardo con Jp Morgan era un in realtà un prestito e non un aumento
di capitale. Accuse pesanti dalle quali Vigni si è ripetutamente difeso scaricando, di fatto, la responsabilità di molte azioni sull’area finanza guidata da Baldassarri. «Tutte le operazioni finanziarie — avrebbe detto in sostanza l’ex dg nel corso dell’interrogatorio, che è stato secretato — compresa quella sul derivato Alexandria, non le ho curate io. Erano altri uffici ad occuparsi della vicenda». E anche per quanto riguarda l’operazione Antonveneta, avrebbe detto Vigni ai magistrati, l’intera trattativa fu seguita dai vertici di Mps e Santander e lui ne fu messo al corrente solo a conclusione. «Il mio compito era quello di occuparmi della parte commerciale. Tutto quello che riguarda gli aspetti finanziari erano altri a seguirlo». Vigni avrebbe poi sostenuto, di fronte alle contestazioni dei pm, che anche i documenti da lui firmati «erano predisposti da altri uffici. Non ero io che me ne occupavo». Parole che non hanno convinto fino in fondo gli inquirenti che, nei prossimi giorni, torneranno a sentirlo.

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