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Mps, la Consob decide sulla conversione dei bond

Potrebbe arrivare in giornata il via libera della Consob alla riapertura della conversione volontariain azioni dei bond subordinati in mano al pubblico retail.
L’authority guidata da Giuseppe Vegas si riunirà in giornata per concludere l’esame del supplemento al prospetto informativo presentato dalla banca. Con l’ok della Consob, Siena punta così a battere la strada degli investitori privati per raccogliere i 5 miliardi di aumento di capitale. Ieri dal quartier generale dell’Authority filtrava un cauto ottimismo rispetto al sì all’operazione, anche se la decisione si profila parecchio sofferta. Nelle scorse settimane la Commissione ha stoppato la conversione del pubblico retail invocando il principio dell’”adeguatezza bloccante” che per operazioni in conflitto di interesse impedisce di accettare richieste in arrivo da clienti senza un profilo idoneo all’investimento azionario, come previsto dalla Mifid. Ora invece la banca torna su suoi passi e punta a sollecitare i bondholder retail a procedere con la conversione volontaria: il vantaggio che verrebbe prospettato alla clientela è che, in caso di adesione, la conversione verrebbe fatta a premio rispetto alle quotazioni attuali dei bond.

Si vedrà. Certo è che l’eventuale decisione della Consob dovrà essere immediatamente recepita dal Cda del Monte. Il board, iniziato ieri pomeriggio, è stato aggiornato ad oggi proprio per elaborare la strategia da mettere in atto.
In caso di ok, il calendario è praticamente già definito. Domani potrebbe scattare la sollecitazione all’investimento presso i circa 40mila risparmiatori coinvolti, da cui la banca si attende di recuperare tra 1 e 2 miliardi di euro, che si aggiungerebbero al miliardo di euro di subordinati già convertito dagli istituzionali nella settimana pre-referendum. Resta da capire se nel frattempo il fondo del Qatar garantirà il suo apporto.E se, a valle di tutto questo, il book building accelerato condotto dalle banche d’affari riuscirà nell’intento di raccogliere i capitali mancanti.
I pezzi mancanti del puzzle, e del salvataggio con capitale privato, come evidente sono parecchi. E tutti dovrebbero andare al loro posto al più tardi entro il 22-23 dicembre. Lo scetticismo rispetto al buon esito dell’operazione resta molto alto. Anche per questo mancherebbe la firma del prestito ponte con JpMorgan, ad esempio. Così come ancora non ci sarebbe il closing con Atlante, che proprio oggi dovrebbe convocare l’assemblea per la revisione dello statuto.
Qualora qualcosa andasse storto si aprirebbero le porte del salvataggio pubblico, che rimane pronto ma in stand by in attesa di un chiarimento definitivo sulle prospettive “di mercato” per il Monte. I tempi in ogni caso non sono larghi e in programma domani c’è un consiglio dei ministri; se invece le porte del mercato non dovessero chiudersi subito è possibile una decisione la settimana prossima, in linea con il calendario ipotizzato fino a pochi giorni fa prima che venisse confermato ufficialmente lo stop della Bce alle ipotesi di proroga (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) e si facesse difficile la strada alternativa della conversione volontaria delle obbligazioni subordinate in mano anche ai piccoli investitori.
Se il decreto del governo si renderà necessario, anche a loro dovrebbe essere presentato un conto in termini di burden sharing, anche se la situazione potrebbe essere meno univoca rispetto a quella degli istituzionali. Il burden sharing prevede la conversione forzata dei titoli in azioni a un prezzo definito anche dal confronto con la commissione europea, ovviamente assai meno conveniente della quotazione a 100 prevista dal l’ipotesi volontaria. Ma per i piccoli investitori potrebbero entrare in campo meccanismi di indennizzo successivo, soprattutto per i casi in cui si riuscisse a provare che l’obbligazione acquistata non era coerente con il profilo di rischio dell’investitore. Un meccanismo non semplice, che sarebbe evitabile solo con un acquisto preventivo dei titoli da parte del Tesoro difficile però da armonizzare con i vincoli della normativa europea.
Alla finestra stanno anche le altre banche potenzialmente interessate a un sostegno pubblico straordinario per le loro esigenze di capitale conseguenti alla cessione di crediti deteriorati (Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Carige), e più in generale il sistema bancario che potrebbe essere chiamato a nuovi contributi al fondo di risoluzione, da rateizzare però in cinque anni come prevede un correttivo che potrebbe essere ripescato nel decreto. Senza contare le Popolari “sospese” dal Consiglio di Stato sui limiti al diritto di recesso nel processo di trasformazione in Spa. Un altro tema che chiede risposte a stretto giro.

Luca Davi
Gianni Trovati

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