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Mps, la Borsa guarda al maxi-sconto

Che non sarebbe stata una passeggiata era chiaro a tutti. Ma la strada si dimostra più impegnativa del previsto e l’ormai imminente aumento di capitale da 3 miliardi favorisce l’ennesima battuta d’arresto di Banca Mps in Borsa. Ieri, nel giorno del raggruppamento delle azioni (una ogni 20), il titolo senese ha lasciato il 3,85% sul terreno di Piazza Affari, chiudendo a 10,50 euro (venerdì il prezzo era di 0,546 euro poi corretto a 10,92 per effetto del raggruppamento).
A scatenare le vendite, che hanno fatto passare di mano il 4,7% del capitale, l’attesa per uno sconto del 35-40% sul Terp (il prezzo teorico al netto del diritto d’opzione), stima circolata in questi ultimi giorni e accreditata come ipotesi di riferimento dei nove istituti di credito che compongono il consorzio di garanzia per l’operazione. Il via libera della Consob al prospetto arriverà in settimana.

«Credo che si faccia molto rapidamente», è il commento di Giuseppe Vegas, presidente della Commissione. E a chi gli chiedeva se l’ok potrà esserci già nel corso di questa settimana, ha risposto: «Credo proprio di sì». In occasione del prossimo consiglio d’amministrazione del Monte, giovedì 21, insomma, il consiglio d’amministrazione della Banca di Rocca Salimbeni, presieduto da Alessandro Profumo, dovrebbe poter fissare il prezzo di emissione per l’aumento di capitale, che così partirebbe lunedì 25 maggio.
I timori di un «maxi sconto» sono indubbiamente uno degli elementi di penalizzazione del titolo Montepaschi. Ma non l’unico. Tra i fattori che continuano a gravare sulla banca guidata dall’amministratore delegato Fabrizio Viola c’è il peso dei crediti deteriorati (circa 20 miliardi) e le incertezze per le ricadute di operazioni ereditate dalla vecchia governance finita sotto inchiesta, come nel caso del prodotto Alexandria. L’indicazione della vigilanza europea, del resto, è chiara: non basterà questa nuova manovra sul capitale, la seconda in due anni, per mettere definitivamente in sicurezza il Monte. Solo un’aggregazione potrà cancellare l’emergenza. In questa ottica, il ritorno all’utile nel primo trimestre dell’anno, costituisce il viatico ideale perché dopo luglio, incassato l’aumento di capitale, Rocca Salimbeni possa davvero guardare a un matrimonio d’interesse, magari con un partner estero.
La via internazionale è la più probabile, perché il boccone Mps rischierebbe di risultare troppo grosso per eventuali pretendenti italiani. Oppure industrialmente poco interessante, per le sovrapposizioni e la concentrazione territoriale. Un’aggregazione internazionale darebbe inoltre maggiori garanzie di mantenere la sede a Siena, elemento d’importanza strategica per la Fondazione Mps, che infatti lo prevede nel suo statuto. L’Ente presieduto da Marcello Clarich ha ancora il 2,5% della Banca di Rocca Salimbeni (sindacato con il 4,5% di Fintech e il 2% di Btg Pactual), ma post aumento di capitale e soprattutto dopo l’eventuale aggregazione la capacità d’incidere sulle sorti del Monte da parte della Fondazione sarà ridotta a poco più di una moral suasion istituzionale.
Forse per questo, tra matrimonio italiano e matrimonio internazionale a Siena c’è chi guarda a una terza via: quella di vendere una buona fetta di attività e sportelli (per esempio la rete ex Antonveneta nel Nord-Est), per fare cassa e provare a mantenere l’autonomia di Mps. Certo, resterebbe un piccolo Monte regionalizzato, con un migliaio di sportelli o poco più, ben lontano dalle oltre 3mila agenzie per raggiungere le quali nel 2007-2008 il gruppo si lanciò nell’acquisto spericolato di Antonveneta; e lontano anche dai 1.800 sportelli attuali; ma per qualcuno, a Siena, sarebbe sempre meglio che perdere l’indipendenza.
La partita che vede protagonista la banca più antica del Paese, l’unica d’interesse nazionale con sede non a Milano, non è ancora chiusa. L’aumento di capitale da 3 miliardi, che segue quello da 5 miliardi di un anno fa, e le indicazioni della Banca centrale europea lasciano la porta aperta a nuovi sostanziali cambiamenti della compagine azionaria, a cominciare dall’ulteriore ridimensionamento della Fondazione che dovrebbe sborsare pro quota oltre 75 milioni per partecipare al rafforzamento patrimoniale. E anche l’addio di Profumo, annunciato dallo stesso manager genovese, è il segnale di un futuro meno ambizioso per Rocca Salimbeni.

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