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Mps, ipotesi conversione anche per i bond senior

Oltre ai titolari di bond subordinati, Mps potrebbe eventualmente offrire la conversione anche ai possessori di titoli senior per portare a casa i cinque miliardi che servono: una necessità e non una scelta, visto che le dimensioni rendono l’operazione indigeribile dal mercato come aumento puro. È?quanto si legge nelle relazioni preassembleari approvate mercoledì dal consiglio e pubblicate ieri sul sito Internet della banca: una descrizione dettagliata (e aggiornata) sia della cartolarizzazione che dell’aumento, tenendo conto di come e quanto è cambiato il clima sul mercato rispetto a luglio, quando l’operazione era stata pensata inizialmente.
Tra le righe dei documenti, anche una novità potenzialmente rilevante perché dagli esiti ancora incerti: la banca segnala infatti che a partire da maggio «è in corso un’attività ispettiva da parte della Bce e di Banca d’Italia avente ad oggetto i rischi di credito, di controparte e il sistema dei controlli, la cui conclusione è prevista per la fine del 2016»; un check-up, informa la banca, di cui gli impatti per ora sono incerti ma che potrebbe riaprire la partita delle rettifiche.

Sta di fatto che nel documento passato mercoledì al board le difficoltà, intrinseche e di contesto, dell’operazione emergono a tutto tondo. Non a caso, spiega la banca, si è reso necessario sottoscrivere un nuovo accordo di pre-underwriting con il consorzio di garanzia guidato da Jp Morgan e Mediobanca: firmato il 24 ottobre, giorno di approvazione del piano industriale e di convocazione dell’assemblea, prevede un impegno a sottoscrivere l’inoptato purché la cartolarizzazione degli Npl «abbia raggiunto un grado di avanzamento tale da essere considerato soddisfacente» e altrettanto soddisfacenti si siano rivelati gli esiti dell’attività di marketing presso gli investitori nonché la conversione dei bond. Condizioni non lontane da quelle di routine, ma che nel caso del Monte assumono un quoziente di rischio superiore: come scritto sempre nei documenti pubblicati ieri, infatti, nei contatti di queste settimane sta emergendo «la sostanziale indisponibilità manifestata dagli investitori istituzionali ad assumere importanti decisioni di investimento relative a società italiane prima di conoscere l’esito del referendum costituzionale» del 4 dicembre. In pratica, il voto rischia diventare una variabile determinante per il buon esito dell’operazione: se gli investitori dovessero mostrare una reazione negativa, cadrebbe anche la garanzia del consorzio sull’aumento.
L’incertezza dunque non manca, e così si spiegano i margini di flessibilità che il cda chiede all’assemblea dei soci quanto alle modalità e anche al prezzo di attuazione di aumento e conversione dei bond: oltre ai subordinati, pari a 5,2 miliardi di titoli in circolazione tra Tier1 e Tier2, si parla anche di un’eventuale proposta di conversione anche per i senior, che presentano un outstanding complessivo di 17 miliardi, per un totale di 22,2 miliardi di titoli potenzialmente coinvolti. Nei margini concessi al cda, anche la possibilità di recuperare in extremis il diritto d’opzione per i soci attuali, che diversamente si vedranno corrispondere un diritto di prelazione, oltre naturalmente ai titoli junior derivanti dalla cartolarizzazione degli Npl.
Altro capitolo, i crediti deteriorati. Oltre ai 27,6 miliardi di sofferenze che usciranno dalla banca grazie alla cartolarizzazione, sulle inadempienze probabili e le esposizioni scadute che resteranno dentro la banca punta a incrementare la copertura «fino al 40%», versione più light di quella adottata in passato, quando si specificava una copertura «pari al 40%». Anche perché l’ultima parola sugli accantonamenti arriverà solo con l’esito dell’ispezione iniziata a maggio.
Mentre prosegue il confronto tra i soci sul successore di Massimo Tononi alla presidenza del Monte, da Axa ieri è arrivato un primo commento sull’aumento, definito «una buona cosa» dal direttore finanziario di gruppo, Gerald Harlin. Tuttavia, «prima di esprimerci bisogna sapere quali sono le condizioni, che al momento non sono ancora note», ha specificato ieri.
Infine, tra i fronti caldi se ne potrebbe aggiungere un altro. Così come rilevato ieri da Radiocor, il Monte potrebbe registrare un ritorno tra le sue fila di 400 lavoratori sugli oltre mille trasferiti due anni fa con il ramo del back-office alla società Fruendo (joint venture Bassilichi-Accenture). La banca segnala, nel resoconto intermedio di gestione, che su 600 lavoratori trasferiti che avevano avviato azione giudiziaria davanti ai vari Tribunali italiani (Siena, Roma, Mantova e Lecce) ben 400 sono quelli che a fine ottobre scorso hanno maturato il diritto ad essere riammessi in servizio in banca. Di fronte alle sentenze sfavorevoli dei vari tribunali il Monte dei Paschi ha intanto promosso appello; i lavoratori Fruendo con diritto di reintegro in banca non hanno per ora messo in esecuzione le sentenze loro favorevoli. A tal proposito, la banca sottolinea, che «da tale complessiva situazione» consegue che «ad oggi e fintanto che la situazione attuale rimanga immutata, non sono previsti impatti economici per la capogruppo».

Luca Davi
Marco Ferrando

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