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Mps in cerca del «socio strategico»

Per una banca fino a ieri succube dell’egemonia del suo socio storico per eccellenza, la Fondazione, sembra quasi un paradosso. Ma ogni azionista interpreta il suo ruolo come sa, e tant’è: il Monte dei Paschi oggi avrebbe bisogno di «investitori strategici di lungo periodo». Parola del consigliere delegato, Fabrizio Viola, che ieri a Milano si è tolto più di un sassolino: «Dopo l’aumento di giugno, il capitale di Mps è diventato molto frazionato con investitori che hanno una view che, se va bene, è di medio termine», ha detto ieri. Aggiungendo poi che «la mancanza di investitori strategici di lungo periodo rende difficile in qualunque settore, e in particolare a quello bancario alla vigilia di un profondo processo di trasformazione, condividere un percorso» di lunga gittata.
La governance, d’altronde, era il tema al centro del convegno organizzato in Piazza affari dallo studio legale Clifford Chance e dal Gruppo 24 Ore. E Viola non si è sottratto: «Le principali cause di questo mezzo disastro, per non dire disastro, è stato la mancanza del principio di check and balance, di un sistema di pesi e contrappesi», ha detto il manager a proposito delle difficoltà della banca e della precedente gestione. «In passato questo principio non esisteva, mentre oggi c’è: c’è un presidente che fa il presidente, un ad che fa l’ad e così via. In questi due anni e mezzo abbiamo fatto un lavoro serio, in modo che chi si occupa della gestione e chi si occupa dei controlli potessero lavorare in modo armonico», ha aggiunto Viola.
Un percorso di risanamento che si sperava concluso e invece necessita di un nuovo aumento. Così lo sguardo si sposta sugli azionisti, e in particolare a quegli investitori di lungo periodo che ragionano tipicamente secondo un orizzonte temporale più ampio, perché «anche l’azionista più sprovveduto ha capito che oltre alla cedola è importante la sostenibilità nel tempo», come ha aggiunto Viola. Ma chi sono gli investitori di lungo periodo a cui pensa il manager? Un fondo sovrano, magari, o una banca. Estera, perché le italiane si sono tirate fuori. Potenziali partner che rientrano chiaramente dentro al mandato «con tutte le opzioni aperte» assegnato agli advisor Citigroup e Ubs e che hanno acceso l’interesse della speculazione in questi giorni di alta volatilità del titolo, che ieri ha chiuso in rialzo del 3,05%.
Come è accaduto ieri anche per Carige, che condivide con il Monte non solo la bocciatura al comprehensive assessment della Bce, ma anche la necessità di un nuovo aumento di capitale ela ricerca di un approdo sicuro. Che il mercato identifica in un grande gruppo estero del credito. Come Santander, chiamato in causa da un articolo uscito sul giornale spagnolo El Confidential, secondo il quale Mediobanca avrebbe un ruolo come advisor nell’eventuale vendita del gruppo ligure, al quale secondo il sito di informazione iberico potrebbero essere interessate anche Bper, Bpm e i francesi del Crédit Agricole. Nessun commento né da Genova né dal gruppo guidato da Ana Botin, ma diversi osservatori fanno notare che non più di qualche giorno fa i vertici del gruppo spagnolo non hanno inserito l’Italia tra le piazze in cui si intende irrobustire la presenza, a maggior ragione finché il paese resterà in recessione. Sta di fatto che sono bastate le voci a sostenere il titolo in Borsa, regalando una giornata sugli scudi con chiusura a +2,02 per cento.
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