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Mps, in caso di cessione spunta una put da 1 miliardo per Axa

Tra i tanti oneri di cui dovrà farsi carico il compratore o lo Stato venditore di Mps spunta anche un indennizzo da almeno un miliardo che potrebbe essere pagato al partner assicurativo francese Axa. Ai tempi del salvataggio di Stato, Mps aveva rinegoziato il contratto pluriennale di bancassicurazione con il colosso francese che aveva investito nella banca (anche, proquota, in sede di aumento di capitale del Monte). Ma quel contratto, come quasi sempre avviene nelle partnership tra banche e assicurazioni (si veda da ultimo il caso Cattolica-BancoBpm), prevede che in caso di cambio del controllo azionario della banca scatti un’opzione put a favore della compagnia assicurativa. Nel caso della joint venture sulle polizze con Mps, il cambio di proprietà della banca senese (sia che a comprare sia UniCredit sia nella complessa ipotesi di break up) farebbe scattare una put option a favore di Axa che gli analisti stimano in un controvalore superiore al miliardo di euro.

Un extracosto che andrebbe ad aggiungersi alla dote fiscale (Dta), che il Governo è disposto a mettere sul piatto per agevolare la vendita, e alle garanzie pubbliche sui rischi legali di Mps che ammontano complessivamente a circa 10 miliardi.

L’ipotesi di scissione

tra bad e good bank

Per cercare di risolvere il caso Mps entro la fine dell’anno, da mesi il Mef ha avviato contatti con UniCredit. Ma anche dopo l’arrivo del nuovo ceo Andrea Orcel il divario tra il prezzo (negativo) offerto dal compratore e quello ipotizzato dallo Stato venditore resta ampio. Da quello che trapela, UniCredit vorrebbe lo stesso trattamento che ottenne Intesa Sanpaolo con la liquidazione delle due banche venete (Popolare Vicenza e Veneto Banca).

Le ipotesi alternative di “spezzatino” del Monte a favore di più banche acquirenti è un piano B che i tecnici stanno valutando. Ma è difficilmente percorribile senza una banca che faccia da pivot dell’operazione, acquistando in blocco e poi rivendendo rami d’azienda, a meno di non pensare a una serie di scissioni societarie (complicate temporalmente anche dal diritto di recesso che dovrebbe essere concesso agli azionisti). Una soluzione al vaglio è quella di una separazione in due di Mps, con una bad bank che resterebbe allo Stato ed una good bank da mettere sul mercato. Ma anche questa ipotesi richiede tempi che portano oltre alla scadenza di fine anno.

Le richieste Bce sul capitale e il rinvio della privatizzazione

La deadline di fine 2021 non è dovuta solo agli impegni presi con la Ue sulla ri-privatizzazione, che può essere rinegoziata nell’ambito dei vari aiuti di Stato, ma alle richieste della Vigilanza bancaria della Bce che già a inizio anno aveva chiesto per fine 2021 un aumento di capitale da 2,5 miliardi. Livello che certamente non sarà ridimensionato dall’esito degli stress test di fine luglio.

Entro sei mesi, dunque, una soluzione per Mps andrà trovata. Se il piano A di aggregazione con UniCredit non dovesse andare in porto e il piano B di “spezzatino” di sistema fosse troppo complesso da realizzare, non è escluso che il Governo sia costretto a varare il piano C: ricapitalizzare il Monte con 2 miliardi di fondi pubblici e trattare con la Ue un rinvio della privatizzazione.

Un’extrema ratio che Via XX Settembre vorrebbe evitare, poiché l’obiettivo primario resta quello di trovare una soluzione definitiva al caso Monte. Ma più passa il tempo e si avvicina la scadenza di fine anno, più si fa concreta l’ipotesi dello status quo.

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