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Mps, il pressing del Tesoro per far rimanere Profumo

Il consiglio d’amministrazione che metterà fine alle incertezze sul futuro dei vertici di Banca Mps è stato convocato per martedì prossimo. Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, rispettivamente presidente e amministratore delegato del gruppo di Rocca Salimbeni, la cui proposta di varare in gennaio l’aumento di capitale è uscita sconfitta dall’assemblea del 28 dicembre, hanno ancora qualche giorno per decidere se lasciare Siena oppure restare al timone della terza banca del Paese, alle prese con la realizzazione del piano di ristrutturazione scritto da loro stessi in accordo con le istituzioni italiane e la Commissione europea.
La sensazione è che non ci saranno rotture traumatiche. Sia Bankitalia che il Tesoro si sono mossi per garantire la stabilità in una fase di transizione così delicata. E la maggior parte degli osservatori ritiene che la “moral suasion” citata dal segretario democratico Matteo Renzi avrà successo. Del resto la Fondazione Mps, azionista di maggioranza relativa del Monte (33,5%), che ha contrastato la linea dei manager di Rocca Salimbeni sull’aumento di capitale, facendo slittare l’operazione al secondo trimestre dell’anno, ha rinnovato in più di un’occasione la fiducia sia a Profumo che a Viola.
«Abbiamo approvato il piano di ristrutturazione e l’aumento di capitale da 3 miliardi, limitandoci a chiedere qualche mese in più di tempo, in linea con le indicazioni dell’Europa», ha puntualizzato Antonella Mansi, presidente della Fondazione Mps. «Confidiamo che i vertici della banca restino al loro posto, ma se si verificherà una condizione diversa la affronteremo», è il commento di Enrico Granata, il nuovo provveditore (direttore generale) dell’Ente di Palazzo Sansedoni, che ieri ha incontrato i giornalisti a Siena.
Granata, avvocato e manager con una notevole esperienza in campo bancario e di Governo (è stato in Abi e consulente del Tesoro ai tempi di Mario Draghi), ha accettato una sfida difficile come quella di traghettare la Fondazione senese in acque tranquille, ripianando l’indebitamento (340 milioni) e mettendo in sicurezza (e a reddito) il patrimonio residuo. Per centrare l’obiettivo deve vendere alle migliori condizioni il 33,5% del Monte (ieri -1,3% in Borsa a 0,1841 euro), prima dell’aumento di capitale. E comunque prima di aprile, quando scadrà il mandato degli attuali amministratori di Palazzo Sansedoni.
«Il percorso non è breve me nemmeno troppo lungo e si può fare nella tempistica disegnata dagli organi di governo della Fondazione», sottolinea Granata. «Si tratta di un lavoro complesso, perchè la situazione è difficile, ma credo che ci siano le premesse per fare bene e consolidare il ruolo della Fondazione – aggiunge – con la prospettiva di mantenere un rapporto con la banca in un contesto rivisitato e soprattutto corroborare le funzioni di supporto al territorio».
Nessuno, però, non si fa illusioni: «Bisogna ritrovare modalità in grado di mettere a reddito il patrimonio per consentirci di fare il lavoro da Fondazione bancaria, dove il termine bancaria ricorda la genesi dell’Ente ma non è determinante nell’azione e nel posizionamento della Fondazione stessa», spiega il nuovo direttore generale. I destini di Rocca Salimbeni e Palazzo Sansedoni, insomma, sono destinati alla separazione. E la governance del Monte si prepara a cambiare.

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