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Mps, il giorno dell’addio Ora al Tesoro serve una proroga da Bruxelles

Il Tesoro e Unicredit ufficializzano la rottura del negoziato su Mps, avviato in esclusiva il 29 luglio. I presidenti delle Commissioni finanze di Camera e Senato, Luigi Marattin e Luciano D’Alfonso, chiedono che il ministro Daniele Franco «riferisca subito in Parlamento »: ma prima ancora il titolare del 64% di Mps dovrà costruire una strada alternativa per metterla in sicurezza, e rispettare gli impegni presi con l’Europa dopo il salvataggio 2017.Nei prossimi giorni pare che il Tesoro riprenderà in mano la matassa senese, sia per valutare un’iniezione di fondi che già la Bce in estate stimò in 3 miliardi, e da fare entro l’anno, sia per chiedere almeno sei mesi in più all’Antitrust Ue, cui l’Italia promise la vendita di Mps entro l’assemblea sui conti 2021 (tra sei mesi).Uno scarno comunicato congiunto, ieri, ha confermato le voci della vigilia: «Nonostante l’impegno profuso da entrambe le parti, Unicredit e il Mef comunicano l’interruzione dei negoziati relativi alla potenziale acquisizione di un perimetro definito di banca Mps». Nessuna indicazione sui motivi: ma più protagonisti citano un disallineamento di circa 3 miliardi di euro sulla dote pubblica che il venditore avrebbe dovuto riconoscere al compratore per indurlo a comprare 60 miliardi di attivi (su 81) e un migliaio di sportelli (su 1.300) di Mps. Ognuna delle due parti, dietro le quinte, è ferma sulle proprie tesi. Il ministro Franco in estate dichiarò che avrebbe accettato solo «condizioni di mercato », anche per non sollevare dubbi nell’Antitrust Ue su ulteriori aiuti di Stato. E in queste ore in Via XX settembre pochi ritengono fosse “di mercato” la stima fatta da Unicredit sul ramo d’azienda di Mps da comprare: 1,3 miliardi di euro, a fronte di una redditività potenziale di 600 milioni l’anno. Un esborso ripagato in soli due anni, e senza contare la dote miliardaria. Forse intendeva questo il capo del Pd Enrico Letta, ieri, dicendo: «L’impressione è che Unicredit pensava di partecipare a una svendita, il Mef è stato corretto a non concederla ». Chi invece lavora con Andrea Orcel racconta che è stato il banchiere a lasciare il tavolo per primo, giorni fa, perché la stima fatta da Bofa (advisor del Tesoro) sui crediti Mps era ben superiore a quella di Unicredit, che ha usato i propri modelli interni di riserva patrimoniale, più conservativi.Ormai è il passato: e ognuno torna per le sue strade, che hanno pendenze differenti. Il Tesoro deve trovare, presto, un’alternativa su Mps. Proprio ieri Banco Bpm ha smentito ogni interesse, e ricordato che presenterà un piano strategico “solitario” il 5 novembre; anche se l’ad Giuseppe Castagna non ha mai escluso in teoria le fusioni. A meno di improbabili compratori istantanei, l’opzione lineare sarà un aumento di Mps com’è, e i tecnici del Mef dovranno scegliere tra chiedere i fondi al mercato e un salvataggio pubblico (in teoria possibile, a scopo “precauzionale”, per la bocciatura di Mps negli stress test estivi di vigilanza). Volendo bussare al mercato, come fecero le banche greche mesi fa, il Tesoro potrebbe anche iniziare a limare la quota: ma servirà ripulire Mps da rischi e sofferenze, e costruire una storia credibile di manager e utili per un marchio che ha ormai poche frecce al proprio arco. La sola alternativa sarebbe l’aumento pubblico, che però le norme europee concedono solo dopo l’azzeramento del valore di azioni e bond subordinati per 1,75 miliardi. Uno scenario che, come nel 2016-2017, potrebbe riportare la turbolenza a Piazza Affari: già oggi se ne attende un preludio.La strada di Unicredit, invece, è più pianeggiante. Giovedì 28 Orcel presenterà al mercato i conti a fine settembre, che le stime ufficiali vedono in utile per 825 milioni; e a metà novembre lancerà il piano d’impresa, su base solitaria. Da ieri, tuttavia, l’ex regista delle grandi fusioni bancarie europee torna ad avere mani libere, e occhi per riaprire dossier vecchi (come Banco Bpm), o nuovi di fusione.

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