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Mps, i grandi soci puntano ad allargare il patto

Nella città del Palio nulla (o quasi) è più come prima. Davide Usai, il nuovo direttore generale della Fondazione Monte dei Paschi, che ieri si è insediato a Palazzo Sansedoni, lo ha fatto capire molto chiaramente parlando degli obiettivi a cui guarda: non più di uno o due progetti all’anno, co-finanziati da investitori esterni, pubblici e privati, nel settore agroalimentare, nelle biotecnologie, nei beni culturali e nel turismo, oltre che nel welfare, con l’ambizione di «essere un moltiplicatore di valore per il territorio, lavorando insieme anche alle altre Fondazioni toscane». 

Il cambiamento era iniziato con forza (la forza della disperazione, verrebbe da dire) nel 2013 quando al vertice dell’Ente senese arrivò Antonella Mansi, e poi con la direzione generale di Enrico Granata dal gennaio 2014, ma è sotto l’attuale presidenza di Marcello Clarich, cioè nell’ultimo anno, che la Fondazione Mps ha preso piena coscienza della propria metamorfosi: non più bancomat della città (i soldi, del resto, sono finiti), ma soggetto capace di offrire servizi e professionalità. L’arrivo di Usai, 41 anni, esperienze di vertice con responsabilità operative in Postel (gruppo Poste italiane) e Unicef Italia, dove aveva specifiche competenze nell’attività di fundraising e nei rapporti internazionali, completa la grande trasformazione di Palazzo Sansedoni, il cui patrimonio dal 2010 a oggi si è ridotto a poco più di 530 milioni (era di 5 miliardi), compreso l’1,49% di Banca Mps che non supera il 15% dell’attivo complessivo: nel 2008, per non scendere sotto il 51% nel capitale del Monte, la Fondazione (ahilei!) arrivò a impegnare più dell’80% delle proprie risorse.

«Il profilo professionale di Usai – dice Clarich, ricordando il bando pubblico dello scorso giugno e la selezione affidata a Korn Ferry – rappresenta una scelta diversa dalla tradizione ed è orientata nella direzione della nuova mission della Fondazione Mps». Non più finanza ma progettualità: è questa la sfida di Palazzo Sansedoni, in attesa di capire la sorte dell’ultimo, esile, legame con la banca di Rocca Salimbeni, il cui ritorno alla redditività in termini di dividendo Clarich si augura «possa avvenire il più rapidamente possibile». Intanto, nell’attesa che anche la parte di attivo investita attraverso Questio (360 milioni circa) dia risultati positivi («Serve un po’ di tempo per valutare un investimento», dice Clarich), la Fondazione senese guarda alla prospettiva di rinnovare, allargandolo, il patto di sindacato che la lega nel capitale di Mps a Fintech e Btg Pactual. «Un patto si fa con degli obiettivi, ma i vertici della banca sono stati appena rinnovati e se ne riparlerà fra tre anni – sottolinea il presidente della Fondazione -. E’ comunque evidente che dovremo rinegoziare il patto da condizioni per noi meno favorevoli».
Il mandato che la deputazione generale (organo d’indirizzo) e la deputazione amministratrice hanno dato a Clarich e Usai è comunque di valutare a tutto campo la possibilità di riscrivere il patto. «Una cosa è certa – spiega il presidente – fino all’arrivo di Massimo Tononi al vertice di Banca Mps, con l’assemblea del prossimo 15 settembre, non accadrà nulla». I giochi cominceranno dopo. E non solo intorno al patto di sindacato. La vera partita riguarderà l’aggregazione che, secondo le richieste della Bce, il Monte dovrà fare. «Staremo a vedere – è il commento di Clarich – in questo momento non vedo la fila di pretendenti, ma c’è anche da capire quale sarà l’indicazione definitiva della Banca centrale europea». La soluzione comunque non passa dalle stanze di Palazzo Sansedoni. Anzi, se il Monte sarà aggregato, la partecipazione della Fondazione (1,49%) è destinata a ridursi ancora. Questa volta però senza terremoti (finanziari o politici). A riprova che nella città del Palio nulla è più come prima.

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