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Mps, fondi Usa riaprono il dossier

Gli hedge fund americani riprendono in mano il dossier dell’aumento di capitale del Monte dei Paschi.
Nelle ultime settimane infatti, secondo indiscrezioni, la capofila Ubs e il consorzio bancario di garanzia (composto anche da Citi, Goldman Sachs, Mediobanca, Barclays, BofA Merrill Lynch, Commerzbank, Deutsche Bank, Credit Suisse e Société Générale) avrebbero infatti riscontrato l’interesse a partecipare all’aumento da parte di investitori d’Oltreoceano.
D’altronde, le mire dei fondi internazionali sulle banche italiane sono in crescita. Ed è il primo risultato che sembrano aver ottenuto i progetti di riforma imbastiti dal governo: prima il decreto per la trasformazione delle popolari in spa, poi la semi bad-bank per l’alleggerimento del carico di sofferenze.
E chi potrebbe beneficiarne, in modo particolare, è il Monte dei Paschi di Siena. Per certi aspetti può sembrare paradossale, ma il dossier della banca senese – che ancora non sa né quanto dovrà chiedere al mercato, né quando potrà farlo – sarebbe così ritornato in questi ultimi giorni sul tavolo dei fondi hedge e di alcuni istituzionali in vista del prossimo aumento di capitale. Interesse per il momento teorico, certo, infatti anche ieri il titolo ha chiuso in terreno negativo (-0,39% in una giornata comunque pesante per il settore del credito, scosso dai timori legati a Grecia e Ucraina).
L’attenzione è ritornata soprattutto da parte di investitori speculativi americani che vedono nel livello ormai bassissimo (0,4308 euro) del titolo Mps un’opportunità di investimento in sede di aumento di capitale.
Chi ha comprato (e non ha ancora venduto) parte dell’aumento da cinque miliardi dell’anno scorso si prepara così a difendere la sua quota in occasione della prossima attesa iniezione di risorse a maggio, mentre alcuni di quelli che si erano tenuti fuori potrebbero entrare nella partita quest’anno.
Per la precisione, nello scorso aumento da 5 miliardi erano infatti entrati nell’azionariato della banca senese fondi come Paulson & Co, York Capital, Marshall Wace, Tosca e Guggenheim. Alcuni di questi investitori, come York Capital, hanno preferito vendere negli scorsi mesi accusando una minusvalenza e abbandonando con perdite l’avventura italiana. Altri sono invece pronti a partecipare alla nuova ricapitalizzazione per non essere diluiti.
Ci sarebbero infine nuovi hedge fund americani, in questo momento poco esposti sull’Europa, che vedono nel Montepaschi un modo per investire sul rilancio degli istituti europei. L’economia europea, malgrado la mina rappresentata dalla Grecia, è vista infatti in ripresa al di là dell’Oceano anche grazie al volano dei miliardi messi in circolazione dalla Bce di Mario Draghi.
Mps inoltre resta pur sempre la quarta banca italiana e la sua ristrutturazione, malgrado lenta e dolorosa, dovrà prima o poi arrivare a compimento. Senza contare che dopo l’aumento di capitale la banca senese potrebbe essere oggetto di scalata da parte di un gruppo italiano o estero all’interno del processo di consolidamento in atto nel mondo del credito.
Di sicuro, il risultato sarà che il libro soci di Mps sarà soggetto a fortissime variazioni, anche nel breve periodo. Uno dei fattori di rischio, all’ingresso degli hedge fund, resta però l’incertezza che ancora regna sulla banca in relazione alle dimensioni dell’aumento di capitale.
Sul tavolo dei grandi hedge Usa c’è infatti il balletto di cifre che ormai da un anno si altalena per la banca senese: da quando oltre un anno fa si parlava di un aumento di capitale da 2 miliardi poi salito a 5 miliardi anche per restituire gli aiuti pubblici. Gli investitori americani hanno scoperto lo scorso anno che servivano altri 2,5 miliardi ed ora non è chiaro se la cifra sia quella definitiva.
Questa incertezza di certo non aiuta, anche se a bilanciarla almeno in parte potrebbe arrivare il progetto di bad bank sulle sofferenze allo studio da parte del governo, come confermato ieri dal ministro Pier Carlo Padoan: come sottolineato sa un report di Morgan Stanley diffuso nei giorni scorsi, i benefici sarebbero notevoli per il Monte, visti i 43,3 miliardi di crediti deteriorati in pancia al 30 settembre scorso: tra sofferenze, incagli, ristrutturati e scaduti rappresentano il 30% del totale degli impieghi e in parte consistente potrebbero essere ceduti sul mercato a prezzi non così lontani dagli attuai valori di carico.

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