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Mps, i fondi esteri trattano sulla conversione dei bond

Gli hedge fund e i fondi speculativi si posizionano sulla partita Mps. Secondo indiscrezioni, grandi investitori americani e anglosassoni starebbero infatti accumulando posizioni sui bond Mps: si tratterebbe di un «trade» speculativo ma comprensibile, anche se altamente rischioso.
Una serie di creditori esteri del Montepaschi, con in mano pacchetti di debito subordinato, secondo quanto indicato da Bloomberg, starebbero infatti formando “gruppi” per negoziare una possibile conversione dei loro asset in azioni Mps, parte del piano di ricapitalizzazione su cui lavorano gli advisor JpMorgan e Mediobanca. Del resto, proprio le due banche capogruppo (accompagnate da Santander, Bofa Merrill Lynch, Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs) starebbero lavorando su due dossier correlati per ridurre le dimensioni dell’aumento a un valore più facile da finalizzare: cioè attorno agli 1,5-2 miliardi di euro.
Per far scendere l’asticella a questo livello (dai 5 miliardi di iniezione previsti ad oggi) sarà infatti necessario che si concretizzino due ipotesi: da una parte la conversione dei bond subordinati (con un’opzione di allargamento anche alla clientela retail in caso di estrema necessità) e, dall’altra, l’ingresso di uno o più anchor investor nel capitale.
Su quest’ultimo fronte lo stesso Governo, secondo i rumors, si starebbe muovendo per sondare l’interesse di fondi sovrani del Golfo Persico (in particolare Qatar e Kuwait) e cinesi: ma l’operazione sarebbe comunque assai complessa.
Qualche riscontro in più ci potrebbe essere fra qualche giorno quando l’amministratore delegato di Mps, Marco Morelli, guiderà un Cda di aggiornamento sul piano industriale. Tornando alla conversione dei bond subordinati in mano agli istituzionali, c’è da segnalare che, secondo le indiscrezioni, fra i creditori figurerebbero fondi speculativi come Attestor Capital, Bybrook Capital, Centerbridge Partners, Eton Park Fund ed Eyck Capital Management, e gli advisor punterebbero a chiudere un pre-accordo prima del referendum del 4 dicembre per evitare che la possibile volatilità dei mercati intorno a quella data interferisca con l’operazione.
Uno dei gruppi di creditori, in possesso di bond per oltre 300 milioni di euro, starebbe chiedendo una conversione dei bond in azioni alla pari, nonostante questi siano quotati ben al di sotto del valore alla pari: alcuni a 66 centesimi per euro.
Lo stesso gruppo di fondi avrebbe richiesto una conversione post-aumento di capitale, così da evitare la diluizione. Un secondo gruppo avrebbe circa due terzi di titoli subordinati ibridi: i famosi fresh del 2008 connessi all’acquisizione di Antonveneta da parte di Mps, quotati ad appena 16 centesimi per euro.
L’obiettivo sarebbe dunque quello di andare a contrattare con il consorzio bancario sul prezzo, sperando di ottenere un premio: una scommessa però alquanto rischiosa in una vicenda come quella di Mps.
Nel frattempo, cè da registrare la nuova presa di posizione del governo italiano sulla banca senese. «Non si prospettano per Mps misure di supporto pubblico o men che meno di nazionalizzazione, così come l’apertura di una procedura di risoluzione» ha affermato il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, nel corso del question time a Montecitorio. «Qualunque ipotesi di bail in è quindi frutto solo di infondate speculazioni» ha concluso il ministro.
Sulla vicenda si è espresso anche il premier Matteo Renzi in aula alla Camera: «Penso, spero e credo che Mps come le banche venete e Banca Carige e le altre possano avere un futuro», aggiungendo che l’obiettivo del governo «è che nessun risparmiatore perda i propri denari in futuro».
C’è, infine, da segnalare che il Fondo Atlante, gestito da Quaesto Sgr, ha concluso la due diligence sulle sofferenze di Mps in cartolarizzazione e confermato il proprio investimento di 1,6 miliardi di euro nella tranche mezzanine alle condizioni concordate lo scorso 29 luglio.

Carlo Festa

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