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Mps, effetto-spread sul titolo Attesa per le scelte del vertice

La discesa dello spread e l’aspettativa di un riassetto azionario di Banca Monte dei Paschi, che rappresenti anche una soluzione ai problemi della Fondazione Mps, mettono carburante nel motore del titolo senese, sugli scudi ieri a Piazza Affari (+2% a 0,18 euro).
Il primo aspetto, cioè uno spread Btp-Bund intorno ai 200 punti e in fase calante, è decisivo perché ridimensiona drasticamente lo squilibrio patrimoniale del Monte, calcolato nel 2011 dall’Eba (European banking authority), quando il differenziale superava i 500 punti e nel portafoglio del gruppo di Rocca Salimbeni c’erano 26 miliardi di titoli di Stato italiani. Oggi l’esposizione al “rischio Paese” si è ridotta poco sopra i 20 miliardi e, come ha sottolineato a suo tempo l’amministratore delegato Fabrizio Viola, con uno spread a 160 punti l’effetto negativo sulla riserva afs (3,2 miliardi nel 2011) si azzererebbe.
Il secondo elemento è collegato in maniera stretta. La ripresa del titolo Mps, infatti, porta acqua al mulino della Fondazione presieduta da Antonella Mansi, impegnata a vendere una parte o l’intera partecipazione nel Monte (33,5%) per raggiungere due obiettivi prioritari: evitare il default restituendo 340 milioni alle banche creditrici e mettere in sicurezza (e a reddito) il resto del patrimonio, che ormai è poca cosa ma è sempre meglio di nulla. Ai valori attuali di Borsa, il 33,5% di Mps capitalizza un po’ meno di 700 milioni, non lontano da quello che l’Ente di palazzo Sansedoni spera di portare a casa, una volta che il titolo avrà di nuovo superato la soglia dei 20 centesimi e le preoccupazioni per la tenuta patrimoniale della banca saranno rientrate grazie al piano di ristrutturazione portato avanti dal management e anche alla discesa dello spread.
Il mercato sembra aver metabolizzato lo scontro tra la Fondazione, azionista di maggioranza relativa con potere di bloccare le decisioni straordinarie, e i vertici di Rocca Salimbeni costretti a far slittare dopo maggio l’aumento di capitale da 3 miliardi (2,5 destinati al rimborso parziale dei Monti bond al Tesoro). Il presidente Alessandro Profumo e l’amministratore delegato Viola, che avevano puntato su gennaio (disponendo anche di un consorzio bancario di garanzia), adesso sono nella situazione di valutare se lasciare Siena oppure continuare sulla base di un programma convincente, che molto probabilmente però non sarà più quello di una public company.
La Fondazione vuole valorizzare il proprio 33,5% di azioni Mps e dunque cercherà di evitare la polverizzazione del pacchetto. Sia che intervenga la cordata di cui si sta parlando all’interno del sistema delle Fondazioni, sia che in alternativa o in accordo intervenga qualche soggetto istituzionale italiano o straniero, questa strada porterebbe alla polarizzazione di nuovi azionisti forti, tra i quali potrebbe restare (o rientrare) lo stesso Ente di Palazzo Sansedoni.
Lo scenario, sul quale vigilano Bankitalia, Consob e ministero dell’Economia, si chiarirà nel giro di qualche mese. Profumo e Viola, invece, faranno conoscere le loro decisioni tra pochi giorni.

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