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Mps, così il paracadute dello Stato L’Ue: non temiamo una crisi bancaria

In attesa che la Bce decida oggi se concedere la proroga all’aumento di capitale che può letteralmente salvare Mps o staccare la spina alla banca come istituzione privata, tra Siena e Roma si cominciano a fare i conti di un eventuale salvataggio pubblico. E ciò che si teme è che costerà molto di più dei 5 miliardi di aumento «privato», sia dal punto di vista economico sia da quello politico.

Fino all’ultimo banca e Tesoro continuano a proseguire nel piano A: la Bce autorizza lo slittamento di 20 giorni dalla scadenza originaria del 31 dicembre; nel frattempo arriva un nuovo governo con Pier Carlo Padoan confermato al Tesoro o addirittura come premier incaricato; il Qatar decide di investire 1 miliardo; la banca riapre la conversione dei bond e a inizio anno viene lanciato l’aumento di capitale vero e proprio con garanti JPMorgan, Mediobanca e le 6 banche del consorzio.

Ma la possibilità di ottenere tempo in più dalla Vigilanza viene considerata bassa tra i soggetti al lavoro sul dossier, dopo che martedì i vertici di Mps — il ceo Marco Morelli, il direttore finanziario Francesco Mele, Riccardo Quagliana, avvocato generale — sono volati a Francoforte per chiedere la proroga, senza la quale sarà inevitabile passare al piano B, cioè l’intervento pubblico. «Sarà una strada mai testata prima, e non indolore», dice una fonte.

La norma da applicare è l’articolo 32, comma 4, della direttiva Ue sul «bail in» insieme con le regole Ue sugli aiuti di Stato. La strada potrebbe essere questa: si vara un decreto-legge per consentire la conversione forzata dei bond subordinati, visto che i contratti non lo consentono; scatta la conversione in capitale per 4,3 miliardi di emissioni; i bondholder diventano azionisti sulla base di rapporti di concambio e prezzi diversi a seconda del rischio dei vari titoli; il Tesoro sottoscrive un «aumento precauzionale» per la quota mancante. Poi si tratterà di tutelare i risparmiatori, circa 40 mila clienti di Mps che nel 2008 sottoscrissero il bond, che era una delle fonti di finanziamento dell’acquisizione di Antonveneta. Il Tesoro potrebbe comprare i bond prima della conversione (o acquisire le azioni successivamente, fatto salvo forse il rimborso per chi ha comprato fuori dal suo profilo di rischio (cioè le ipotesi di «misselling» cui ha accennato la commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager).

Ma quanto dovrà mettere il Tesoro? Qui ci sono i dubbi maggiori: l’aumento precauzionale potrebbe essere superiore a 5 miliardi. Il fabbisogno di capitale dipenderà da uno stress test e dai calcoli sulla perdita legata alla cessione delle sofferenze, operazione che continuerebbe anche se con un’altra struttura senza prestito-ponte e magari senza il fondo Atlante. Una prima stima approssimativa ipotizza un onere di 2-2,5 miliardi per il Tesoro, che diventerebbe dunque socio con il 20-30%, cui bisogna aggiungere l’eventuale quota azionaria derivante dai bond rilevati.

In questo scenario, che non è quello della risoluzione, gli attuali azionisti non vengono azzerati ma solo diluiti. Anche ieri in Borsa il titolo Montepaschi è stato premiato nell’attesa di una qualsivoglia operazione di salvataggio, pubblico o privato, con un +4,1% a 21,8 euro, con il 7,5% passato di mano. Ha contribuito anche la rassicurazione del commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici: «Non temiamo una crisi bancaria» dopo la crisi di governo. «I problemi non sono cambiati, non si sono deteriorati o aggravati. In Europa siamo in grado di affrontare tutti i problemi delle banche».

Fabrizio Massaro

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