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Mps, chiuse le vecchie pendenze Disinnescata la mina Alexandria

Mps chiude «l’ultimo contenzioso della passata gestione», come l’ha definito il ceo Fabrizio Viola, raggiungendo una transazione con la banca giapponese Nomura sul derivato Alexandria. Si chiude così una mega esposizione da oltre 3 miliardi messa in piedi nel 2009 per coprire i buchi patrimoniali legati all’acquisto di Antonveneta e che era arrivata a pesare più di un quarto dell’intero patrimonio di Mps. Con la transazione vengono anche ritirate le cause civili in corso a Firenze e a Londra. La Borsa ha festeggiato all’annuncio arrivato nella notte con un +4,4% a 1,54 euro che compensa parzialmente il crollo dell’8,6% del giorno prima dopo il neopresidente Massimo Tononi ha spostato al 2016 la prospettiva dell’aggregazione.
L’accordo è stato fortemente voluto dalla vigilanza europea: «La Bce lo vede come una nota positiva», aveva detto Tononi. Anche Nomura nella sua nota ha sottolineato «di aver preso in considerazione le visioni di rilevanti autorità finanziarie europee e i pareri di esperti esterni» per decidersi a transare, pur non accettando accuse o ammettendo condotte illecite. Per i giapponesi l’impatto sui conti è negativo per 287 milioni di dollari.
«Sono soddisfatto», ha detto Viola. «L’accordo mi rende fiducioso sulla capacità della banca di continuare a soddisfare le richieste della Bce sul capitale» e rappresenta anche «un buon punto di partenza per andare a vedere anche i prossimi risultati dello Srep», cioè la valutazione della Bce su redditività e profili dei rischi delle banche. Mps registrerà un «miglioramento della posizione di liquidità, un miglioramento del margine d’interesse e del profilo di rischio consentendoci di andare avanti nell’implementazione del piano industriale concordato con la Bce». E rende più facile avere numeri certi anche in prospettiva della fusione richiesta dalla Bce.
Ad agevolare la transazione è stato anche il «recente contesto di riduzione degli spread» che ha «minimizzato l’impatto negativo una tantum» per la banca, ha spiegato Viola. La transazione, tecnicamente complessa, comporta per il Monte un esborso di 359 milioni, inferiore di 440 milioni rispetto al valore di mercato della chiusura delle transazione, con un impatto one-off a conto economico negativo per 130 milioni (88 al netto delle imposte). Ma «ad oggi non cambia l’obiettivo dell’utile a fine 2015», ha spiegato il cfo Bernardo Mingrone. E migliora il patrimonio (+56 punti base) all’11,4% come common equity.

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