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Mps «cerca soci» per il maxi-aumento

Verso un azionariato «stabile e diffuso». È lo scenario che disegna il sindaco di Siena per la futura governance di Banca Monte dei Paschi. «A Rocca Salimbeni serve una cura shock: il management deve dare un’accelerazione fortissima e fare in tre mesi quello che normalmente si fa in tre anni – ha detto ieri Bruno Valentini all’agenzia Asca -. Mi aspetto che la Fondazione Mps aiuti questo cambio di passo e favorisca un atterraggio morbido per creare un azionariato stabile e diffuso: non vedo lo Stato nel capitale, ma al fianco della banca, perchè questo è anche l’interesse del Paese».
I piccoli azionisti parlano già di public company: «Il Monte non ha bisogno di un nuovo padrone, piuttosto di un piano credibile per attrarre investitori istituzionali e risparmiatori, trasformandosi in una public company», spiega una nota di Azione Mps, l’associazione dei piccoli azionisti del gruppo senese che aderisce al coordinamento nazionale della categoria (Conapa) e rivendica per «tutti i soci del Monte, in primis i piccoli, il diritto di partecipare all’aumento di capitale» in programma nel 2014, già approvato per l’importo di un miliardo (però con esclusione del diritto d’opzione) e, secondo quanto annunciato dal Tesoro nel fine settimana, destinato a lievitare fino a 2,5 miliardi.
La notizia che il Monte dovrà ricorrere al mercato per un importo analogo alla sua attuale capitalizzazione di Borsa non è stata accolta bene dal mercato (-2,8% a 0,21 centesimi il titolo ieri in Borsa). E certo questa prospettiva, frutto dell’intesa “politica” tra il nostro Governo e la Commissione europea sui 4 miliardi di aiuto pubblico a Siena attraverso la sottoscrizione dei Monti bond (remunerati al 9% da Rocca Salimbeni), non aiuta la Fondazione Mps impegnata a cercare nuovi investitori a cui cedere azioni Montepaschi (15% circa) per fare cassa, chiudere la propria esposizione debitoria (350 milioni) e assicurare i mezzi (100 milioni) necessari alla gestione ordinaria dei prossimi anni.
Antonella Mansi, presidente della Fondazione da appena una settimana, si sta già muovendo alla ricerca di una soluzione che risolva i problemi senza penalizzare il territorio. La prospettiva di un azionariato diffuso potrebbe anche trovare spazio, come alternativa all’ingresso di qualche socio forte o alla nazionalizzazione. Ma la pre-condizione è comunque quella Rocca Salimbeni presenti un piano di ristrutturazione credibile e in grado di far ripartire la banca presieduta da Alessandro Profumo e guidata dall’amministratore delegato Fabrizio Viola.
Il dossier è all’ordine del giorno del consiglio di domani e, come spiega una nota ufficiale del gruppo, verrà approvato il 24 settembre e trasmesso al ministero dell’Economia perchè lo invii a Bruxelles, che avrà due mesi di tempo per l’ok definitivo. Oltre a un aumento di capitale più robusto (da uno a 2,5 miliardi appunto), l’Ue avrebbe chiesto maggiori tagli (l’attuale piano già ridurrà il costo del personale di 300 milioni entro l’anno) e un sensibile alleggerimento dei titoli di Stato in portafoglio (oggi ammontano a circa 23 miliardi)».
Viola lavora in questa direzione. Ma il fronte sindacale Fabi-Fiba-Ugl-Uilca, ribadisce che «non saranno tollerate ulteriori misure di contenimento dei livelli occupazionali e retributivi, rispetto a quelle già previste dall’accordo del 19 dicembre 2012». La soluzione non sembra facile nè scontata. Anche se da Bruxelles arrivano segnali positivi: «Il negoziato politico e tecnico su Mps procede bene e la Commissione sarà presto in grado di prendere una decisione», dice un portavoce di Palazzo Berlaymont.

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