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Mps, caccia al partner e ipotesi proroga

Autentica spina nel fianco degli ultimi governi, il caso Mps sembra ben lontano da una soluzione. Troppo ingenti le perdite che lo Stato accuserebbe, qualora anche riuscisse a trovare un compratore della quota (68%) che detiene nel capitale. Troppo elevate le incertezze che ancora gravano sul “grande malato” del sistema bancario italiano, a partire da una mole di cause giudiziarie che superano i 10 miliardi di euro. E così tra veti politici, pressioni nazionali e locali, la banca senese a meno di clamorosi colpi di scena sembra destinata a proseguire la sua (stanca) corsa sullo stesso binario su cui si trova dal 2017, da quando cioè lo Stato è salito al comando nel quadro della ricapitalizzazione precauzionale della banca. L’ipotesi più accreditata al momento è che la scadenza del 2021 – termine di uscita del Mef dalla banca – potrebbe insomma essere rimandata stante l’eccezionalità della situazione, previa ovviamente autorizzazione di Bruxelles.

Non che i tentativi per trovare un compratore siano mancati, anzi. I sondaggi, presso le banche italiane come quelle estere (francesi in particolare), sarebbero stati diversi negli ultimi mesi ma tutti avrebbero dato esito negativo, almeno fino ad ora. A partire da quello con UniCredit. Il colosso guidato da Jean Pierre Mustier potrebbe prendere in considerazione un’eventuale acquisizione di Mps ma solo a patto di garantire la totale neutralità sul capitale. Un’ipotesi, questa, che renderebbe troppo costosa l’operazione per il Tesoro. Peraltro non sarebbe percorribile la strada seguita nel caso delle banche venete – per cui era stata garantita una dose di capitale a beneficio di Intesa Sanpaolo – visto che in questo caso Mps è in bonis.

Si vedrà cosa succederà. Di certo lo scenario rimane a tinte fosche. Anche se è vero che secondo le stime della banca il 2020 dovrebbe riservare tassi di default sostanzialmente in linea, se non inferiori, a quelli previsti ante Covid-19, in prospettiva le cose potrebbero cambiare. In peggio. «È ragionevole prevedere una crescita del tasso di default nel prossimo biennio», ha detto nei giorni scorsi il ceo Guido Bastianini nel corso di un’audizione davanti alla Commissione banche.

Il tema riguarda Mps, ma un po’ tutte le banche italiane. «È urgente riflettere sulla necessità di introdurre da gennaio le nuove soglie per la definizione di default, che possono creare realmente un’esplosione di crediti deteriorati, quindi di past-due, con tutte le conseguenze che questo comporta», ha detto ieri il dg dell’Abi, Giovanni Sabatini, nel corso di un convegno organizzato da Pwc: secondo la società di consulenza la crisi legata alla pandemia genererà nei prossimi dodici mesi da 60 a 100 miliardi di nuovi Utp (inadempienze probabili), ovvero crediti malati a imprese “vive”.

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