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Mps, con Bruxelles negoziato in stallo  

«La palla è nel campo dell’Italia», si dice da Bruxelles. L’unico problema è che è un pesantissimo pallone medicinale, uno di quelli che è quasi impossibile ributtare indietro senza slogarsi un polso o rompersi una caviglia. È per questo che il gioco per adesso è interrotto: i negoziati tecnici fra Roma e Bruxelles sul Monte dei Paschi di Siena sono fermi dalla fine della settimana scorsa. Potrà riavviarli solo una decisione al più alto livello politico della Commissione europea e dei governi coinvolti. Non solo di quello di Matteo Renzi, perché anche da Berlino, dall’Aia, da Parigi e da Madrid la saga sulle banche italiane viene seguita ormai con attenzione pari solo a una diffidenza più o meno sincera – più o meno opportunistica – verso le richieste avanzate da Roma.

L’offerta lanciata nel campo dell’Italia dalla Commissione Ue per rafforzare il Monte dei Paschi ricalca quanto accaduto l’anno scorso con le banche greche. L’obiettivo è trovare una clausola che permetta alle autorità di versare capitale nella banca — alle condizioni attuali, nessun privato è disposto a farlo — senza innescare le norme europee che impongono di falcidiare i depositanti e alcuni obbligazionisti in caso di aiuto di Stato. Colpirli nelle banche di Atene, avrebbe significato distruggere quanto resta della liquidità delle imprese in un’economia ormai in ginocchio. Farlo su Mps espone invece al rischio di diffondere il panico anche fra i clienti di altre banche, di spingerli a chiudere i loro conti, e generare talmente tanti timori sui loro titoli che per gli istituti diventerebbe costosissimo finanziarsi.

L’idea della Commissione Ue è in una clausola dell’articolo 32 della direttiva sulle banche in vigore da gennaio: permettere una ricapitalizzazione pubblica «preliminare» senza staccare la spina a un’azienda, quando questa fallisce uno stress test — una prova da sforzo in un ipotetico scenario di crisi — dell’Autorità bancaria europea (Eba). Quest’agenzia sta ultimando i suoi esami e il suo scenario di crisi immaginario per l’Italia nei prossimi tre anni appare improbabile, ma non irrealistico: caduta del Pil dello 0,4% quest’anno, dell’1,1% il prossimo e crescita zero nel 2018; crollo di Borsa del 28% quest’anno e del 25% il prossimo; aumento dell’1% dei rendimenti dei titoli di Stato decennali.

Se questo quadro diventasse realtà, Mps andrebbe incontro a una seria carenza di patrimonio: quanto basta perché l’Eba il prossimo 29 luglio lo segnali alla vigilanza della Banca centrale europea e quest’ultima chieda a Siena di trovare in tempi rapidi precisamente il capitale che oggi il mercato è molto riluttante a offrire a quasi qualunque banca medio-piccola. Si può dubitare del metodo dell’Eba, ma ormai la clessidra è rovesciata. La sabbia scorre contro il Monte dei Paschi. Non a caso la stessa Bce ha già anticipato le sue richieste con una lettera recente a Siena.

La banca toscana non sarebbe a questo punto, se esattamente due anni fa le autorità italiane le avessero impedito di rimborsare troppo presto 3,12 miliardi di prestiti del Tesoro (con l’effetto collaterale di allentare i vincoli sui compensi a certi manager esecutivi). Ma quello ormai è latte versato. Ora conta la proposta di Bruxelles che l’Italia, per adesso, respinge. L’idea sarebbe di concedere appunto una ricapitalizzazione pubblica «preliminare» senza colpire i depositi, né le obbligazioni ordinarie esistenti che oggi varrebbero 10 miliardi a scadenza. Quanto alle obbligazioni subordinate per circa 6 miliardi di valore teorico, questi titoli più redditizi ma più esposti verrebbero convertiti in azioni; quindi il valore del capitale di tutti i soci vecchi e nuovi della banca ne risulterebbe enormemente diluito.

La Commissione indica però un modo per salvaguardare decine di migliaia di famiglie che posseggono quei titoli subordinati: il governo può ricomprare le obbligazioni dai privati stessi a prezzi elevati, oppure può compensarli ex post perché i risparmiatori avrebbero subito una vendita «abusiva» di quella carta. In caso di ricapitalizzazione pubblica, le perdite sarebbero dunque tutte concentrate sui cosiddetti investitori istituzionali: assicurazioni, banche o fondi esposti sui titoli subordinati di Montepaschi per circa due miliardi di euro .

L’Italia ha risposto di no. C’è una logica in questo rifiuto, perché esiste un precedente che scoraggia: a metà dicembre scorso, di fronte a un dilemma simile su Novo Banco, il governo di Lisbona aveva scelto di salvaguardare le famiglie in modo da evitare un panico finanziario; furono colpiti solo i grandi investitori istituzionali. Il risultato si è rivelato disastroso, perché questi ultimi hanno concluso che il Portogallo non era più un Paese affidabile e da allora lo disertano. Il costo del debito pubblico di Lisbona è esploso per carenza di compratori. Fra dicembre e febbraio i rendimenti dei titoli di Stato portoghesi a dieci anni sono quasi raddoppiati (dal 2,2% al 4%) malgrado gli acquisti massicci della Bce; ancora oggi quel rendimento è appena sotto al 3%, contro l’1,2% dell’Italia, e Lisbona è di nuovo a un passo dalla richiesta di un ulteriore salvataggio europeo.

Distorsioni del genere mostrano quante falle abbiano le regole europee oggi al cuore dell’unione bancaria. Quelle norme in vigore dal gennaio, in caso di aiuti di Stato, impongono perdite a risparmiatori e investitori che sono in una banca da molti anni prima. Intanto le stesse norme consentono sussidi continui e senza penalità, purché esistano da anni come i circa 500 miliardi di garanzie pubbliche sul sistema bancario tedesco. L’unione bancaria centralizza la vigilanza e il potere di imporre la ricapitalizzazione di una banca (contro la minaccia di liquidarla), ma non prevede fondi comuni europei e lega le mani ai governi.

Roma chiede ora che a queste norme si applichino le deroghe previste in caso di instabilità. Per ora però Spagna e Francia, non solo Germania e Olanda, mostrano scarsa simpatia. Pesa la sfiducia per una politica economica generale dell’Italia giudicata da molti priva di strategia e di credibilità. Pesa anche il sospetto che qualcuno in Europa voglia stabilire un precedente mandando Montepaschi in «risoluzione», ossia in liquidazione ordinata. E magari l’Italia al fondo salvataggi europeo, per gestire una volta per tutte la questione bancaria sotto il controllo della Troika.

Federico Fubini

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