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Mps, braccio di ferro sugli esuberi Nouy: «Approfondimenti sui crediti»

Tre mesi sono ormai passati dall’inizio della trattativa a quattro tra Mps, il Tesoro, la Commissione europea e la Bce, ma ancora non si vede la fine, cioè l’approvazione del nuovo piano industriale. Perché? «L’assenza di asset quality review su Mps prima degli stress test rende necessarie “discussioni aggiuntive” per capire se le perdite dell’istituto di credito siano realmente coperte da capitali privati», ha detto ieri la presidente della Vigilanza europea della Bce, Danièle Nouy.
La funzionaria francese ieri ha fatto riferimento a una delle questioni che in effetti in queste settimane avrebbero concentrato l’attenzione dei negoziatori: l’ammontare totale degli Npl in pancia al Monte, che la banca al 31 marzo 2017 indicava nella cifra di 46 miliardi lordi e di 20,2 miliardi netti, due importi su cui i regolatori hanno chiesto di vederci chiaro. Anche perché sulla banca aleggia ancora un’ispezione effettuata dalla Vigilanza proprio sul portafoglio Npl al 31 dicembre 2015, di cui per ora sarebbe giunto solo un primo esito informale, peraltro in linea con le previsioni dell’istituto. In pratica, prima di avallare definitivamente il piano, e soprattutto il fabbisogno di capitale di 8,8 miliardi, i regolatori vogliono avere la certezza di quanti Npl ci siano oggi in banca, di quanti ne usciranno con il piano e con quali svalutazioni, che dovranno essere coperte con il patrimonio netto e non con le risorse che inietterà lo Stato.
In ogni caso, secondo quanto risulta a Il Sole, nell’ambito della lunga e complicata trattativa, il tema della gestione delle sofferenze sarebbe vicino alla soluzione. Piuttosto, una nuova impasse sarebbe da registrare al capitolo taglio dei costi, in particolare su personale e filiali. Così come sul capitale, dove Bce e Commissione chiedono l’opposto (l’una il massimo, l’altra il minimo), una situazione analoga si porrebbe ora per la riduzione degli addetti: la Commissione europea che vuole una banca massimamente efficiente e snella, sarebbe partita da una richiesta di oltre 10mila esuberi (che corrisponderebbero quasi al dimezzamento dei 25mila addetti attuali), l’istituto dal canto suo ha ribadito che senza una rete sufficiente non potrà mai tornare a produrre reddito e aprire le strade all’uscita dello Stato. I tre mesi avrebbero avvicinato le posizioni, ma ancora non c’è l’accordo: con l’allungamento dell’orizzonte di piano dai tre anni di ottobre ai cinque concordati con la Commissione, il Monte potrebbe salire oltre quota 4mila per salvare l’operatività ed evitare i licenziamenti collettivi, con relativi oneri (sociali ed economici), ma Bruxelles chiederebbe di più. Sul punto, però, il ceo Marco Morelli sembrerebbe irremovibile, così come l’intero cda chiamato ad approvare il piano; in attesa di un possibile intervento della politica, le trattative proseguono.

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