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Mps boccia il concordato per Imco-Sinergia

Il piano per il concordato fallimentare di Sinergia e Imco c’è ed è definito fino all’ultimo dettaglio. Ma su quel progetto, di cui Il Sole 24 Ore darà conto, pesano un paio di incognite che rischiano di far saltare la procedura: le condizioni imposte dal Banco Popolare e da General Electric e il probabile no del Monte dei Paschi di Siena. Un no che potrebbe rivelarsi fatale per il progetto voluto e studiato innanzitutto da UniCredit, principale creditore delle ex holding dei Ligresti. A quanto appreso, il consiglio della banca presieduta da Alessandro Profumo, un tempo a capo di Piazza Cordusio, non avrebbe ancora preso posizione ufficiale sulla vicenda, lo farà a stretto giro, ma l’intenzione sarebbe di bocciare la proposta. La scelta sarebbe maturata anche in virtù del parere sfavorevole al piano espresso dall’Area grandi gruppi. Un parere, che non punta il dito contro i contenuti del concordato, che anzi presenta «indubbi vantaggi in termini di ottimizzazione della liquidazione degli attivi e di rimborso dei crediti», ma che punta l’accento sugli sforzi economici che Mps, se dovesse aderire, si troverebbe a dover sopportare. In particolare, il concordato fallimentare chiamerebbe Mps a nuovi interventi creditizi per un ammontare corrispondente al 50% dell’attuale esposizione, 5,2 milioni. Esposizione che, peraltro, dovrebbe venir convertita integralmente in equity nel fondo immobiliare con una previsione di rimborso, nel migliore dei casi, del 96% e nel peggiore, del 44%. Di fronte a ciò, la banca riterrebbe più prudente sfilarsi dal concordato e attivare, nel caso in cui il piano venisse comunque approvato, una soluzione transattiva che garantisca un rimborso dei crediti in linea con quello previsto per le altre banche non aderenti (100%) e comunque non inferiore al 75% dell’esposizione. Questo no, come detto, rischia però di far saltare l’accordo soprattutto se abbinato alle condizioni poste dal Banco Popolare e da Ge.
Il concordato fallimentare è stato infatti sottoposto agli istituti che già in passato si erano resi disponibili alla sottoscrizione dell’accordo di ristrutturazione ex articolo 182 bis della legge fallimentare, ossia UniCredit, Banco Popolare, Bpm, Ge Capital, Banca Sai, Popolare di Sondrio e Mps. Complessivamente questi istituti contano un’esposizione di 325,7 milioni dei quali buona parte sono concentrati nel portafoglio di Piazza Cordusio (attorno ai 180 milioni), in quello del Banco Popolare (43 milioni), della Popolare di Milano (35,5 milioni) e di General Electric (30,8 milioni). Di conseguenza, essendo le condizioni imposte da Ge e dal Banco di un minor impegno nell’ordine dei 25 milioni, se a questo si somma il no del Monte e il passo indietro delle altre banche creditrici che già si erano sfilate dell’accordo di ristrutturazione (assieme vantano crediti per 5,7 milioni), il piano fatica a stare in piedi. Anche perché tutto ciò costringerebbe UniCredit a farsi carico della parte sostanziale del progetto. Un piano che chiede, di fatto, nuovi impegni alle banche per 173 milioni. Il concordato, infatti, è stato sviluppato con l’aiuto di Hines e le linee guida ricalcano i termini dell’accordo di ristrutturazione, che prevedeva il conferimento della quasi totalità degli asset e dei debiti di Sinergia-Imco a un fondo immobiliare, salvo l’aggiunta della costituzione di un veicolo societario facente capo alle banche. Nel dettaglio, nel veicolo verrebbero trasferiti asset ex Sinergia-Imco per 73 milioni (stante un valore di perizia di 92,7 milioni) più alcune quote del Fondo 01 (cinque) e una fetta di debiti. Il che comporterebbe un fabbisogno finanziario per il veicolo di circa 80 milioni da soddisfare con nuova finanza per 85 milioni più una linea anticipi Iva per 8 milioni. Nel fondo immobiliare, invece, verrebbero allocati immobili per un valore di conferimento di 273,6 milioni contro un valore di perizia di 306 milioni, con uno sconto dunque del 10%, e debiti per complessivi 325,7 milioni che, al netto dei titoli assegnati in garanzia alle banche, corrisponderebbero a 273,5 milioni. Di questi, 140 milioni sarebbero convertiti in quote di capitale mentre gli altri 133 milioni costituirebbero l’effettiva esposizione del fondo. Anche il fondo, però, al fine dello sviluppo e della valorizzazione del portafoglio, dovrebbe essere dotato di nuova finanza per 80 milioni. Il che, come detto, porta a 173 milioni l’impegno delle banche.

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