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Mps, Baldassarri respinge le accuse

Il responsabile della Finanza di Mps, Gianluca Baldassarri, rimane per il momento nel carcere di San Vittore a Milano, in attesa che il gip di Milano, Alfonsa Maria Ferraro, si esprima già stamani su una possibile convalida del decreto di ordinanza della procura di Siena, che potrebbe trasformare il fermo in arresto vero e proprio. Poi, in questo caso, le carte verranno trasferite di nuovo alla procura di Siena per competenza territoriale, e entro 20 giorni anche il gip senese dovrà di nuovo confermare (o meno) lo stato d’arresto.
Baldassarri, già indagato nell’inchiesta sul Monte con l’accusa di truffa e appropriazione indebita relativamente alle operazioni in finanza derivata, è stato fermato a Milano nella sua abitazione lo scorso giovedì per un nuovo reato: concorso in ostacolo alla vigilanza, che avrebbe commesso con l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari e l’ex dg Antonio Vigni. Per i pm Nastasi, Natalini e Grosso la richiesta di fermo è dovuto al pericolo di fuga e all’inquinamento delle prove, relativamente a quest’ultimo reato.
Ieri, durante l’interrogatorio di garanzia, Baldassarri ha detto al gip milanese che dei contratti derivati, e in particolare di “Alexandria” sottoscritto con Nomura, erano stati informati tutti gli organi ispettivi. Tali documenti sarebbero stati custoditi nella cassaforte del dg Vigni. Baldassarri parla dunque di un contratto «custodito» e non «nascosto», dove peraltro venivano indicati solo «gli intenti», e che veniva accompagnato «di volta in volta da altri numerosi contratti», come spiega l’avvocato di Baldassarri, Filippo Dinacci.
Nelle ultime settimane si era infatti parlato di un contratto “segreto” per la ristrutturazione del derivato “Alexandria”. Nel bilancio non si spiegano le ragioni del nuovo prodotto finanziario e non viene collegato alle perdite di un precedente derivato, ma il documento originale è stato effettivamente ritrovato nella cassaforte dell’ufficio di Vigni, luogo in cui per molti dirigenti era scontato che fosse.
Per quanto riguarda il pericolo di fuga e l’inquinamento delle prove, Baldassarri si difende da entrambe le accuse. Il suo legale Dinacci ha sottolineato che il manager già si trovava pochi giorni fa all’estero (alle Maldive) e che sarebbe potuto rimanere fuori Italia se avesse voluto. Inoltre, a proposito di una telefonata che Baldassarri avrebbe fatto ad un testimone, ha aggiunto che «non c’è alcun inquinamento prove, ma semplicemente una telefonata in cui scatta la segreteria telefonica, rimasta muta. Usando un telefono touch screen può succedere che parta una telefonata».
In questa settimana gli interrogatori avranno una pausa. Intanto è possibile tracciare le prime linee dell’inchiesta, da dove stanno uscendo alcune tesi ritenute infondate.
I filoni dell’indagine sono sostanzialmente due: l’acquisizione di Antonveneta e l’occultamento di operazioni in finanza derivata, che peraltro potrebbe essere aggravata dai profitti illeciti ricavati da un gruppo di manager e broker (tra cui, secondo l’accusa, lo stesso Baldassarri).
Per quanto riguarda Antonveneta i pm si stanno concentrando non su una presunta maxi-tangente (che in procura a Siena viene considerata poco verosimile), e nemmeno sul prezzo troppo alto pagato da Mps per acquistare Antonveneta, pari a 9,3 miliardi, cifra che, confrontata con le altre operazioni bancarie in Italia e in Europa, risulta elevata ma congrua. Anche la questione della plusvalenza si sta sgonfiando: Antonveneta infatti venne valorizzata da Santander 6,3 miliardi solo dopo aver partecipato alla scalata su Abn Amro con Fortis e Royal bank of Scotland (per un impegno complessivo di 71 miliardi), dando cioè un valore a posteriori ad un asset che le tre banche si erano ritrovate in pancia dopo la conquista della banca olandese. Parlare quindi di una plusvalenza di 3 miliardi è assolutamente improprio anche per la procura. Rimane invece in piedi la questione delle modalità con cui la banca padovana venne acquistata da Santander, e cioè attraverso un meccanismo finanziario che sostanzialmente serviva a camuffare i ratios patrimoniali, nascondendo il debito e dando false comunicazioni agli organi di vigilanza.
Poi c’è la questione dei derivati, che nulla ha a che vedere con Antonveneta. Si tratta di un filone di inchiesta che riguarda l’occultamento di operazioni finanziarie andate male, la ristrutturazione di perdite attraverso derivati che secondo gli inquirenti non sarebbero stati inseriti in bilancio né comunicati agli organi di vigilanza. E di cui qualcuno si è forse approfittato per ritagliarsi una “cresta” di decine di milioni.

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