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Mps, Asti verso Biverbanca. Per S&P rating sotto la lente

Banca Mps si prepara a chiudere la vendita del 60% di Biverbanca entro la settimana. La scelta tra le due offerte vincolanti arrivate a Siena, quella della Banca Popolare di Vicenza e quella della Cassa di Risparmio di Asti, non è ancora definitiva ma con ogni probabilità il controllo dell’istituto di Biella, 122 sportelli e 5,8 miliardi di massa amministrata, finirà interamente in Piemonte (il 33,44% fa già capo alla Fondazione di Biella e il 6,14% a quella di Vercelli).
Sul piatto della bilancia astigiana pesano l’offerta economica più generosa (sopra i 200 milioni) e il gradimento dei due azionisti di minoranza. Il gruppo vicentino guidato da Gianni Zonin, inoltre, avrebbe posto vincoli alla governance, attualmente bloccata all’81% per le decisioni straordinarie. Il passaggio di mano della quota di Biver resterà l’unica cessione di asset compresa nel piano industriale del gruppo Montepaschi in fase di messa a punto, che lunedì l’amministratore delegato Fabrizio Viola porterà in consiglio.
Non saranno venduti i 150-200 sportelli di cui si era parlato: per mancanza di acquirenti e di valori di mercato adeguati. La banca senese, che ieri in Borsa ha prima perso fino al 4% per poi recuperare a 0,1868 euro (+0,59%) dopo che Standard & Poor’s ha messo in credit watch negativo il rating a lungo termine «BBB», a breve «A-2» e anche gli strumenti subordinati, junior e ibridi, nei prossimi giorni dovrà quasi certamente coprire un gap patrimoniale di circa un miliardo per soddisfare la richiesta dell’Eba di un buffer straordinario di 3,2 miliardi entro giugno.
Nel piano industriale ci sarà la soluzione del problema. Le strade percorribili sono essenzialmente tre: un aumento di capitale, che però il momento di mercato sconsiglia e la Fondazione Mps non vuole; l’emissione di Coco-bond, titoli ibridi che si convertono automaticamente in capitale quando il coefficiente di patrimonializzazione scende oltre una certa soglia; e, infine, un nuovo ricorso ai Tremonti-bond, che Siena ha già utilizzato nel 2009 (per 1,9 miliardi), per restituire i quali era stato fatto l’aumento di capitale di un anno fa, poi rimasto impigliato nelle maglie delle richieste Eba.
Il passaggio non è banale, anche perché Viola deve contemporaneamente attuare (e far digerire ai sindacati) una strategia lacrime e sangue per ridurre i costi e migliorare l’efficienza del gruppo.
Intanto, come anticipato ieri da Il Sole 24 Ore, la Fondazione Mps non ha ancora formalizzato l’accordo per la ristrutturazione del proprio debito, destinato a ridursi da 1,1 miliardi a 350 milioni. «In coincidenza con la scadenza in data 18 giugno degli accordi di standstill con le banche finanziatrici – spiega una nota -, il negoziato relativo al ribilanciamento del complessivo debito finanziario della Fondazione ha raggiunto un accordo, la cui finalizzazione è attesa nei prossimi giorni, con le definizione dei dettagli tecnici, salvo approvazione da parte dei rispettivi organi deliberanti».
Tradotto: la partita è ai supplementari. E meno male che la Fondazione presieduta da Gabriello Mancini ha in cassa 750 milioni ricavati dalla vendita di asset e partecipazioni (664 dei quali andranno a rimborsare i creditori). È un tesoretto che, a prezzi di Borsa attuali, vale quasi quanto l’intera quota di Siena in Banca Mps (36,5% pari a poco più di 800 milioni). Anche questo è il segno dei tempi.

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