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Mps, arriva Morelli. Oggi il consiglio Ieri il passaggio in Bce, ora il piano

Oggi pomeriggio il consiglio del Montepaschi, riunito a Milano, coopterà Marco Morelli e lo nominerà amministratore delegato al posto di Fabrizio Viola. Comincia così l’era del 54enne banchiere romano — attuale capo italiano di Bofa Merrill Lynch nonché ex vicedirettore generale dello stesso Mps fra il 2006 e il 2010 — alla guida dell’istituto senese alle prese con il terzo salvataggio.

Proprio del piano di salvataggio, della tempistica e dei possibili cambiamenti, ieri Morelli avrebbe discusso con i vertici della Vigilanza Unica della Bce, nel corso di un incontro a Francoforte, dove è volato in mattinata insieme con il presidente di Mps, Massimo Tononi, e con il presidente del comitato nomine del cda, Alessandro Falciai (che di Siena è anche il primo azionista privato con l’1,8%). Fonti vicine alla banca ieri hanno specificato che da Francoforte non è arrivato un via libera informale; il procedimento verrà concluso una volta che la nomina sarà stata effettuata dal board e le carte verranno inviate a Francoforte. Ma è chiaro che prima l’incontro di Tononi e Falciai con la Vigilanza, e poi separatamente, del solo Morelli (una mossa irrituale visto che il banchiere non è ancora in carica) mostrano che Francoforte segue molto da vicino le vicende senesi.

Se appare ormai scontato sul mercato, anche sulla base delle indicazioni arrivate dallo stesso ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che l’aumento da 5 miliardi slitterà a febbraio 2017 superando così l’incertezza legata al referendum costituzionale, Morelli dovrà convincere il mercato ad investire nella «good bank Mps», cioè nelle prospettive reddituali della banca una volta ceduta la totalità dei crediti in sofferenza (circa 28 miliardi). I dubbi degli investitori si starebbero focalizzando sui crediti deteriorati: quanto ancora Mps potrebbe dover pulire i bilanci dagli «incagli», che non sono ancora sofferenze ma potrebbero diventarlo? Il piano approvato a fine luglio prevede comunque che la copertura sui deteriorati salga al 40%, un valore già ai massimi del sistema bancario, dunque anche questo fronte dovrebbe essere coperto. Si tratterà di spiegarlo bene al mercato.

In contemporanea si sta definendo la partita della cessione delle quattro good banks, cioè le «nuove» Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti. E anche per esse i potenziali soggetti interessati, cioè Ubi, Bper, Pop.Bari e i fondi Apollo, Lone Star e Barents avrebbero posto il tema dei rischi di perdite legati ai crediti deteriorati non ancora in sofferenza. Tutti i soggetti interessati vorrebbero — fra le altre cose — garanzie che almeno oltre una certa soglia sia il fondo di risoluzione a coprire i maggiori accantonamenti.

C’è poi l’aspetto reddituale delle quattro banche a pesare sul valore, insieme ai dipendenti in esubero. Nel semestre — i conti sono stati presentati ieri sera — le quattro banche hanno perso 133,9 milioni di euro (da -153 milioni di fine anno), un livello inferiore a quanto atteso dai vertici delle banche. Le rettifiche nette di valore sono state pari a 109,6 milioni. Questi aspetti critici hanno fatto temere ieri in Borsa per Ubi — qualora dovesse lanciare un’offerta per l’intero complesso — la necessità di un aumento di capitale, e per questo il titolo ha perso l’1,6%.

Entro il weekend si potrebbe arrivare a una stretta sui possibili pretendenti. Ma le cessioni, ha detto ieri il presidente Roberto Nicastro, arriveranno «in zona cesarini o anche ai tempi supplementari». Si tratterà comunque solo di allungamenti tecnici di qualche giorno, non certo della riapertura della procedura, che la Commissione Europea non concederebbe. Intanto il segretario del sindacati dei bancari, Fabi, Lando Sileoni, è tornato a chiedere una soluzione italiana per le 4 banche.

Fabrizio Massaro

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