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Mps, arriva la firma di Conte: ritorno al mercato entro il 2022

Arriva la firma del premier Conte al decreto di Palazzo Chigi che autorizza la scissione degli 8,1 miliardi di crediti deteriorati di Mps, e soprattutto avvia la fase finale del percorso che dovrebbe riportare tutto il Monte nelle mani dei privati. Operazione che in base ai tempi concordati con la Dg Competition della Commissione Ue andrà conclusa entro metà 2022, quando l’assemblea dovrà approvare il bilancio 2021 (in perdita, secondo l’ultimo aggiornamento del piano industriale).

La notizia della firma è stata riportata dall’agenzia Reuters, e Palazzo Chigi non ha voluto commentare. Il passaggio del resto era nell’aria da giorni: perché il decreto era pronto al Tesoro già a inizio settembre, e nei giorni scorsi aveva completato anche i passaggi tecnici al ministero dello Sviluppo economico (si veda Il Sole 24 Ore del 4 settembre e del 17 ottobre). Ma il passaggio, decisivo per le sorti di Rocca Salimbeni, è destinato a riaprire un altro filone di polemiche nella maggioranza, per l’opposizione di una parte consistente dei Cinque Stelle all’idea di dar corso all’iter previsto dalle regole Ue che impongono la riprivatizzazione del Monte dopo la ricapitalizzazione precauzionale con cui a fine 2016 il governo Gentiloni aveva evitato il bail in.

Anche nel caso del Monte, le idee molto composite nella maggioranza hanno rallentato il dossier, e hanno fatto aspettare qualche settimana in più del previsto anche per la firma finale del premier al decreto. A premere è stato il Tesoro, primo azionista con il 68%, dove l’idea di chiedere a Bruxelles un allungamento del calendario concordato a suo tempo per riportare Mps sul mercato non ha fatto breccia; nei mesi scorsi, a quanto risulta a Il Sole 24 Ore, era stato portato avanti anche su questo punto un confronto informale con l’Antitrust europeo, anche alla luce della difficoltà di trovare un compratore certificata dai periodici rumors di mercato puntualmente smentiti dalle banche chiamate in causa.

Il decreto, figlio anch’esso dei negoziati continui sull’asse Roma-Bruxelles, propone tre strade per l’uscita del Tesoro da Siena: la fusione con un altro istituto, l’offerta (anche frazionata) del pacchetto azionario oggi in mano al ministero dell’Economia o la gara.

Il ventaglio delle opzioni è ampio. Ma tutte prevedono la necessità di accendere un interesse del mercato. Che ad oggi, ufficialmente, non si vede.

Le attenzioni degli osservatori si sono concentrate negli ultimi giorni su UniCredit, dopo la designazione alla presidenza dell’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: cioè del più profondo conoscitore del dossier senese, protagonista del complicatissimo negoziato tripartito con la commissione Ue, la Bce e la Vigilanza che ha portato alla ricapitalizzazione precauzionale. Da lì le ipotesi di una fusione fra la banca guidata da Mustier e il Monte, e le voci sulle richieste di UniCredit di accompagnare l’offerta con un’iniezione di fondi per aiutare a sostenere il peso del Monte, come accaduto a Intesa quando si è trattato di acquisire Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Voci, come di prammatica, non commentate da Piazza Gae Aulenti.

In ogni caso non bisognerà aspettare troppo per valutare l’ottica del mercato per le sorti di Siena. Perché con le condizioni poste da Francoforte per la scissione degli 8,1 miliardi di crediti deteriorati ad Amco, a cui il decreto di Palazzo Chigi dà seguito, Rocca Salimbeni dovrà emettere un bond «Tier 1 aggiuntivo», nell’ordine di 700 milioni, che dovrà essere acquistato per almeno il 30% dai privati (al resto ci penserà, ancora una volta, il Tesoro, con i nuovi fondi messi a disposizione dal decreto Agosto appena convertito definitivamente in legge). A inizio settembre il Monte è riuscito a raccogliere 300 milioni, 50 più del previsto, con l’emissione di un Tier 2 decennale (rendimento dell’8,5%) chiesto sempre dalla Bce. Ma la nuova sfida è più impegnativa.

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