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Mps ancora al centro di maxi-scambi

Ancora riflettori puntati sul Banca Mps. Dopo il balzo dei giorni scorsi, che ha portato le azioni del gruppo senese sopra i 28 centesimi (+40% nell’ultimo mese) con volumi trattati pari a 2,5 miliardi di pezzi (21% del totale), ieri in Piazza Affari il titolo è rimasto sull’altalena e ha chiuso la seduta in flessione dell’1,24% a 0,2787 euro.
La presa di beneficio da parte degli investitori non ha abbassato la curiosità della comunità finanziaria sulla repentina fiammata d’interesse nei confronti della terza banca del Paese. Molti ordini d’acquisto sono arrivati dall’estero e tra i compratori ci sarebbero fondi alle prese con problemi di short covering, ricoperture di vendite allo scoperto (a fine dicembre il titolo Mps era tra i più venduti allo scoperto, con una quota di short vicina al 7% del totale delle azioni), ma anche fondi sovrani arabi, in cerca di buoni affari e magari anche di qualcosa d’altro.
Se infatti sgombriamo il campo dalle considerazioni tecniche – dal calo dello spread all’andamento dei tassi, dallo slittamento di Basilea 3 al recupero dei Cds (i Credit default swap sul Monte sono scesi da 520 a 436 punti base, segno di un ritorno di fiducia del mercato), fino allo short covering citato, tutti elementi analizzati in questi giorni di euforia borsistica per le azioni di Rocca Salimbeni – rimane la prospettiva di un piano industriale in fase di realizzazione accelerata, a cui l’accordo sindacale di fine dicembre ha deto credibilità e concretezza (soprattutto sul fronte del taglio dei costi), che tra le altre cose contiene un aumento di capitale da un miliardo con esclusione del diritto d’opzione da parte degli attuali soci, già deliberato dall’assemblea con delega di cinque anni al consiglio d’amministrazione, previsto per il 2014-2015. È in quel momento, cioè con l’ingresso di uno o più nuovi azionisti, destinati a diluire la compagine attuale, che gli equilibri di Banca Mps cambieranno in maniera sostanziale. E la Fondazione Mps scenderà sotto il 20% nel capitale della banca un tempo controllata. Gli aumenti che l’assemblea straordinaria del 25 gennaio è chiamata a votare servono solo a garantire lo Stato impegnato a sottoscrivere fino a 4,5 miliardi di Monti bond emessi da Siena. Ma si tratta di operazioni sulla carta, che con ogni probabilità non sarà necessario concretizzare. Quel miliardo di aumento contenuto nel piano industriale e riservato a investitori esterni, invece, è reale e andrà a compimento.
La partita del riassetto azionario, insomma, si deciderà nel 2014: possibile che qualche investitore voglia già prendere posizione? Alla Consob, che ha messo gli occhi sulle transazioni di questi giorni, non risulta che ci siano nuovi soggetti con in mano almeno il 2% del capitale della banca presieduta da Alessandro Profumo e guidata dall’amministratore delegato Fabrizio Viola. E anche a Siena scuotono la testa. Eppure, ieri è passato di mano un altro 1,6% di capitale e se sul calo borsistico ha pesato il giudizio “underweight” di JP Morgan, resta l’attesa per un colpo di scena che però non sembra probabile.
Più facile che il lavoro di Profumo e Viola registri altre accelerazioni. L’intesa sindacale porterà all’outsourcing del back office entro la metà dell’anno (in pole c’è il gruppo Bassilichi che ha avuto da Bankitalia l’ok a diventare istituto di pagamento) e proprio in queste ore ha ripreso forza la voce di una fusione tra Mps leasing e Alba leasing (36,4% Bper, 32,8% Banco popolare, 21% Popolare Sondrio, 9,8% Bpm). Se l’operazione andasse in porto, Siena scenderebbe sotto il 50% e deconsoliderebbe le attività anche in questo settore.

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