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Mps, al via la revisione del piano: meno Npl, più appeal per l’m&a

Banca Mps punta ad arrivare entro l’autunno a definire un nuovo piano industriale da negoziare con la Commissione Ue. Un nuovo piano con obiettivi finanziari aggiornati e realistici, visto che quelli varati nel 2017 (e che guardavano al 2021) appaiono del tutto obsoleti, benché oggi siano formalmente ancora in piedi. Un nuovo piano che, una volta definito, dovrà poi essere negoziato tra il Mef, azionista di maggioranza al 68%, e la Commissione Ue, anche per rivedere la data di uscita dello Stato dal capitale, per ora congelata al 2021.

Sotto la direzione del nuovo ceo Guido Bastianini, la banca sta dunque avviando il cantiere operativo per tracciare la nuova rotta che dovrà essere coerente con il mutato scenario macro. L’attenzione della banca al momento, va detto, è tutta concentrata sullo scorporo dei circa 9 miliardi lordi di Npe ad Amco, deal che l’istituto conta di chiudere entro il mese di giugno. Ma in parallelo sono in corso colloqui informali con alcuni advisor in vista della composizione del nuovo progetto industriale, che vedrà la luce dopo l’estate. Del resto, a segnalare la necessità di rivedere le linee guida operative è stato lo stesso ex ceo della banca, Marco Morelli, che all’inizio di maggio, nell’ambito della presentazione dei conti trimestrali, ha sottolineato come per la banca sia arrivato «il momento di un nuovo piano industriale» per consentire al gruppo di «posizionarsi alla pari con i nostri rivali».

Dalla presentazione dell’attuale piano industriale, avvenuta nel 2017, è cambiato il mondo. Nelle stime concordate all’epoca con Dg Comp e Bce si ipotizzava una crescita del Pil italiano dello 0,8% nel 2020. Fuori misura si stanno rivelando anche le previsioni sui tassi: l’Euribor a 3 mesi era atteso allo 0,62% quest’anno, oggi è a -0,3%. Da qui l’urgenza di riconsiderare tutti i target: a partire dai ricavi, che erano ritenuti eccessivamente ottimistici già in partenza e che, con il Covid-19, sono diventati insensati. Da rivedere anche la profittabilità: si stimavano 1,2 miliardi di utili nel 2021, ma la banca nel primo trimestre 2020 ha chiuso con una perdita di 244 milioni. E per l’anno in corso, con l’onda lunga della pandemia, è difficile farsi troppe illusioni.

Passaggio fondamentale in questo nuovo percorso sarà l’atteso trasferimento degli Npl ad Amco. Così facendo, la banca dovrebbe sostanzialmente abbattere lo stock dei deteriorati, oggi pari a 11,5 miliardi, (5,8 netti), e rimettersi pienamente in carreggiata sotto il profilo della qualità degli attivi e della capacità di erogare credito. Ma ad essere rivisti saranno anche gli impegni assunti dalla banca nei confronti dell’Ue rispetto alla presenza Stato nel capitale. L’uscita concordata con Bruxelles è fissata al 2021, ma è realistico che Roma chieda una proroga alla luce del nuovo contesto: «Uno degli impegni della banca è che alla fine verrà venduta», ha avvisato nei giorni scorsi la vicepresidente esecutiva della Commissione Margrethe Vestager. Si vedrà. Il piano di ristrutturazione approvato con l’Ue nel luglio 2017, in occasione della ricapitalizzazione precauzionale da 8,8 miliardi, prevedeva peraltro una serie di impegni assunti nei confronti della Dg Comp che vincolavano in maniera stringente l’operatività della banca. E su questi ci sarà spazio per intervenire. Tra questi, ad esempio, erano previste una serie di misure di riduzione dei costi (con vincoli annuali in termini di numero filiali, dipendenti, cost/income); la cessione di attività non strategiche; il contenimento dei rischi; il divieto di effettuare acquisizioni; l’istituzione di un tetto retributivo pari ai vertici. Tutti paletti che sono stati puntualmente rispettati, ma che hanno ingessato l’operatività: «Noi siamo sempre vincolati da limiti rigidi – ha ribadito nelle scorse settimane l’ex presidente Stefania Bariatti – Un quadro vecchio, obsoleto, con il quale nessun operatore può andare avanti».

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