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Mps al lavoro per rafforzare il capitale. L’ipotesi UniCredit infiamma la Borsa

Il titolo scatta in Borsa sull’ipotesi di svolta per il futuro di Siena

I fari, a Siena, sono accesi sul capitale. E si capirà con tutta probabilità giovedì, in occasione della presentazione dei conti del trimestre, quali sono le dimensioni esatte dello shortfall a cui la banca deve fare fronte per sostenere rischi legali che appaiono sempre più ingombranti.

Di certo il tema è in cima all’agenda della banca timonata da Guido Bastianini, tanto che anche ieri la questione è stata al centro delle riflessioni di un board convocato in via straordinaria. Sotto la presidenza di Patrizia Grieco, i consiglieri avrebbero fatto il punto sugli scenari che si prospettano dopo che venerdì lo stesso Cda ha deciso di classificare da «possibili» a «probabili» i rischi di soccombenza legati a una serie di controversie legali e richieste stragiudiziali. La banca deve infatti accantonare alcune centinaia di milioni di euro – la cifra precisa verrà resa nota solo giovedì –, alla luce del fatto che il Tribunale di Milano ha condannato i passati vertici della banca, tra cui l’ex presidente Alessandro Profumo e l’ex ceo Fabrizio Viola, per la contabilizzazione dei derivati Santorini e Alexandria.

A preoccupare è in verità l’intero fardello di rischi legali, che tra petitum (6,6 miliardi) e contenziosi ammonta a circa 10,2 miliardi, di cui 3,8 riconducibili a una richiesta danni da parte della Fondazione Mps.

Su come (e quando) puntellare il capitale si sta dunque ragionando all’interno della banca come del resto ai piani alti del Mef, che è l’azionista di controllo (68%) di Siena. Nel corso del week end (si veda Il Sole 24 Ore di domenica 1° novembre) è emerso come il Tesoro, secondo alcune fonti, abbia preso in considerazione una ricapitalizzazione della banca per una cifra compresa tra i 2 e i 2,5 miliardi: una somma superiore alle cifre circolate fino ad oggi (fino a 1,5 miliardi) che sarebbe funzionale a rimpinguare in parte, per circa un miliardo, i fondi per le cause legali e un altro miliardo per coprire gli esuberi (circa 6mila, di cui il 50% a Siena) in vista delle successiva fusione.

Fonti vicine al Mef hanno smentito che sia stata già presentata una proposta a qualche controparte. Le pressioni politiche tra chi vuole una soluzione di mercato e chi – in particolare nell’area 5Stelle – vuole fare di Mps una banca “pubblica” non mancano. Resta però il fatto che ad oggi il mercato conferma UniCredit come l’indiziato numero uno per un’eventuale fusione con Siena. La banca di piazza Gae Aulenti avrebbe la stazza necessaria per beneficiare di una dote preziosa qual è l’ammontare dei crediti fiscali che Siena porterebbe con sè, pari a circa 3 miliardi di crediti fiscali. UniCredit, in un’ipotetica fusione, conferirebbe tutti gli asset italiani, mentre farebbe confluire le attività estere in una holding che prenderebbe la strada della quotazione a Francoforte. Proprio su queste prospettive ieri il titolo Mps ha registrato un forte rialzo, pari all’8,3% a 1,12 euro, con un massimo di seduta a quota 1,175 euro, pur in una giornata contrassegnata da scambi non eccezionali. Positiva anche UniCredit, il cui titolo ha chiuso in rialzo del 3,2% a 6,6 euro.

Va detto d’altra parte che è tutt’altro che scontato che UniCredit approvi una fusione alle condizioni emerse nelle ultime ore. La mina dei rischi legali, dopo la sentenza del Tribunale di Milano, è un’incognita dalle proporzioni troppo rilevanti per essere ritenuta superabile. Non a caso, secondo gli analisti di Equita Sim, una fusione allo stato attuale presenta per UniCredit «più rischi che opportunità, con conseguente aumento del profilo di rischio e impatto negativo sulla valutazione». Difficile dunque che il ceo Jean Pierre Mustier abbandoni il consueto mantra – «No M&A» – a cui ha abituato il mercato.

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