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Mps affida il rilancio a Morelli Anche Tononi si dimette

MILANO Anche il presidente di Mps, Massimo Tononi, lascia l’istituto senese. Ieri nel corso del consiglio di amministrazione tenutosi a Milano che ha cooptato Marco Morelli come nuovo ceo al posto di Fabrizio Viola, il 52enne banchiere trentino, eletto presidente esattamente un anno, fa ha rassegnato le dimissioni, seguendo le mosse di Viola. Tononi resterà fino alla prossima assemblea, che potrebbe tenersi fra ottobre e novembre.

L’uscita di scena del presidente era nell’aria, dopo che Tononi ad agosto si era speso pubblicamente a sostegno di Viola, quando erano cominciati i rumors su un suo prossimo addio. E ha deciso di lasciare in quanto la cabina di regia su Mps non sarebbe più a Siena ma piuttosto a Roma.

Proprio ieri, su richiesta della Consob, la banca ha precisato che «la disponibilità del dr. Viola» a lasciare «è maturata in seguito alla valutazione del contesto istituzionale secondo cui un passo indietro avrebbe favorito il buon esito dell’operazione annunciata lo scorso 29 luglio», cioè del piano di salvataggio basato sulla vendita di tutti i crediti in sofferenza (quasi 28 miliardi di euro) con contestuale aumento di capitale fino a 5 miliardi di euro. Viola si è dimesso su invito del ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan e del governo — il Tesoro è primo azionista di Mps con il 4% —, a seguito del pressing delle banche d’affari del consorzio di pre-garanzia capitanato da Jp Morgan e Mediobanca.

Morelli si insedierà dal 20 settembre come ceo e direttore generale con la stessa retribuzione di Viola (1,85 milioni più un assegno di 300 mila euro per mancato preavviso a Bofa Merrill Lynch Italia, di cui era numero uno). L’avvicendamento farà slittare di alcune settimane l’approvazione del piano industriale, atteso per il 26 settembre. Sulla base del piano, insieme con le banche del consorzio, avvierà i roadshow per individuare i 2-3 «anchor investors» che possano coprire una fetta rilevante dell’aumento, che si vorrebbe ridurre a 3-3,5 miliardi dopo la conversione volontaria dei bond subordinati. Jp Morgan avrebbe nel mirino alcuni fondi sovrani, asiatici e cinesi ma non solo, e alcuni grossi fondi Usa. C’è poi l’incognita su Axa, partner storico di Mps e socio al 3%, che potrebbe rafforzarsi.

I banchieri sono al lavoro per terminare l’operazione entro l’anno. Molto dipenderà dalla data del referendum costituzionale. Ma le difficoltà di mettere in piedi un’operazione di riacquisto del debito e l’eventuale concessione del diritto di opzione anche solo per una parte dell’aumento potrebbero necessitare di più tempo: in quel caso si andrebbe a febbraio 2017, una volta approvati i conti annuali di Mps.

Fabrizio Massaro

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