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Mps accelera sul piano. Sale l’ipotesi dell’aumento

Da quando, domenica scorsa, sono state pubblicate le pagelle della Bce, il Monte dei Paschi ha perso un terzo del suo valore, bruciando in Borsa quasi due miliardi nell’arco di quattro sedute (ieri -7,05%, dopo aver toccato addirittura il -17%). Basta anche solo questo a capire perché il ceo Fabrizio Viola e il presidente, Alessandro Profumo, stiano cercando di stringere i tempi sulla stesura del piano che attendono di ricevere a Francoforte: il termine fissato dalla Bce è per il 10 novembre, ma il vertice di Rocca Salimbeni starebbe cercando di anticipare i tempi, e per questa ragione il consiglio di amministrazione sarebbe in preallerta per la giornata di mercoledì.
Quale sia la medicina che verrà proposta al board per curare la “ferita” da 2,1 miliardi di capitale ancora nessuno lo sa. Sono noti gli ingredienti, ma non c’è ancora il dosaggio finale: ci saranno cessioni, forse un bond ibrido e il riscadenziamento del rimborso dei Monti bond, ma non è affatto escluso che una quota non possa essere coperta con aumento di capitale. Una soluzione considerata sempre più probabile, anche se non gradita in particolar modo ai soci esteri entrati nel 2014: se un contributo cash consentisse di evitare la spoliazione della banca, a Siena si spera di poter convincere anche loro. Sullo sfondo, la via dell’aggregazione: in questi giorni l’interesse di alcune banche italiane, soprattutto tra quelle uscite meglio dal comprehensive assessment, è stato sondato per la cessione di alcuni pacchetti di sportelli (merce poco ambita di questi tempi), ma si starebbe valutando anche un’aggregazione su ampia scala. Operazione fattibile più con una banca estera più che italiana, ma che in ogni caso richiederebbe tempi lunghi: difficilmente, dunque, potrà finire tra le opzioni che si presenteranno alla Bce.
Ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha ribadito di essere fiducioso su «soluzioni di mercato per colmare il fabbisogno di liquidità» delle due banche italiane “bocciate” agli stress test Bce (oltre a Mps c’è anche Carige), ribadendo in sostanza che la via della nazionalizzazione non è in discussione. Piuttosto tra le cure possibili c’è quella dei Monti bond, ovvero il rinvio del rimborso al 2017: il Tesoro che li ha emessi ci starebbe, ma non è detto la Bce sia dello stesso parere. E comunque, sarebbe solo una parte della soluzione, visto che – in ogni caso – resterebbe un altro miliardo e 350 milioni da rastrellare in nove mesi. Morale: i vertici della banca, insieme agli advisor Citi e Ubs, continuano a lavorare a 360 gradi, e anche ieri ci sono stati nuovi contatti tra la banca, i consulenti, le authority.
Mentre l’agenzia Moody’s ha messo sotto osservazione il titolo Mps (insieme a quello di Carige) per un eventuale downgrade, gli azionisti, si diceva, aspettano. Compresa la Fondazione Mps, che rispetto al passato anche recente si trova a contare per appena il 2,5%. Una quota piccola che però chiede di essere ben gestita, e proprio per questo l’ente guidato da Marcello Clarich starebbe valutando la possibilità di farsi assistere da un advisor finanziario; a maggior ragione se ci dovesse essere anche una parte di aumento, l’ente – che al momento dispone delle risorse per parteciparvi pro quota – dovrebbe decidere come muoversi, nella consapevolezza che, a maggior ragione se il destino è una fusione, il peso nella banca è destinato a scendere ulteriormente. Proprio Clarich, ieri, ha incontrato a Roma il presidente dell’Acri e di Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti: tra i due si è parlato anche della situazione di Mps, ma secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore non si sarebbe valutata nessuna possibile soluzione “di sistema”, come quella che un anno fa era stata esaminata da alcune Fondazioni per venire in soccorso a quella senese.
Intanto, è attesa per oggi la sentenza del processo per il derivato Alexandria, che vede imputati l’ex presidente di Mps Giuseppe Mussari, l’ex direttore generale Antonio Vigni e l’ex capo dell’area finanza Gianluca Baldassarri.

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