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Morgan Stanley, rosso da un miliardo

Morgan Stanley ha chiuso il terzo trimestre in perdita di un miliardo di dollari ed è stato l’unico tra i grandi istituti americani a scivolare in rosso in un periodo altrimenti positivo per il settore bancario, in recupero nonostante l’ostinata debolezza della congiuntura economica. Ma i numeri, se presi singolarmente, non rendono del tutto giustizia alla sesta maggiore banca americana per asset: il risultato è stato influenzato in modo negativo da oneri contabili collegati alla valutazione del debito per 2,3 miliardi di dollari, escludendo i quali Morgan Stanley nel periodo luglio-settembre ha registrato un utile di 561 milioni, meglio delle stime degli analisti.
Al di là delle «attenuanti», le perdite ci sono state e il titolo a Wall Street ne ha risentito, arrivando a cedere nel durante più del 4% dopo un avvio positivo. La banca, che punta a tagliare gli asset rischiosi della divisione di trading nel reddito fisso di circa un quinto entro la fine del 2015, ha chiuso il trimestre in rosso di 1,04 miliardi di dollari, contro i profitti per 2,15 miliardi dell’anno scorso, mentre il giro d’affari è calato del 46% a 5,29 miliardi di dollari.
Morgan Stanley non è dunque risultata immune alle difficili condizioni del contesto finanziario, penalizzato dal perdurare della crisi debitoria in Europa e dalla possibilità di un «fiscal cliff», precipizio fiscale, negli Stati Uniti. Tuttavia, secondo l’amministratore delegato James Gorman, che ieri ha parlato a investitori e analisti, la banca è nel complesso solida: il fatturato generato dalle attività di intermediazione nel reddito fisso è nettamente migliorato, ha spiegato, e i clienti che avevano voltato le spalle all’istituto dopo il downgrade deciso da Moody’s Investor Services lo scorso giugno stanno tornando. «La ripresa delle attività di trading, anche sulle materie prime, e di quelle nel reddito fisso dimostra che i clienti sono di nuovo pronti a impegnarsi con noi, dopo l’incertezza del precedente trimestre», ha detto Gorman, che tuttavia per la prima volta non ha escluso la possibile cessione della divisione trading sulle materie prime. Il numero uno della banca ha fatto inoltre riferimento al fatto che, escluse le voci straordinarie, il fatturato è cresciuto del 18% a 7,55 miliardi, con un utile di 28 centesimi per azione, meglio dei 2 centesimi del 2011 e superiore alle stime degli analisti. E ha parlato del buon andamento della divisione di intermediazione sui titoli, il cui fatturato è balzato del 36% a 1,5 miliardi rispetto al 2011 e più del 50% dal trimestre precedente.
Male invece la divisione Institutional Securities, che ha virato in rosso per oltre un miliardo di dollari, con un calo del giro d’affari del 79% a 1,38 miliardi. Le spese per le retribuzioni sono aumentate del 6,7% a 1,6 miliardi, anche se Morgan Stanley nei primi nove mesi dell’anno ha accantonato 5,2 miliardi di dollari per i compensi dei dipendenti della divisione di investment banking, il 9% in meno rispetto all’anno precedente. La banca, che procede con l’integrazione di Morgan Stanley Wealth Management dopo avere rilevato da Citigroup un ulteriore 14% della joint venture di brokeraggio Morgan Stanley Smith Barney, ha visto crescere del 3% il fatturato generato dalle attività di gestione patrimoniale a 3,3 miliardi, mentre gli asset gestiti sono aumentati del 14% a 1.770 miliardi di dollari. «I risultati sono sempre più visibili ora che la piattaforma è unica», ha detto il direttore finanziario Ruth Porat.

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