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Morelli: «Il piano Mps è da riscrivere, l’uscita dello Stato-socio va spostata»

Il piano industriale di Mps concordato con l’Ue? Da riscrivere interamente. Il futuro di Siena? Difficile in solitaria. Qual è lo stato di salute della banca? Ora può stare sul mercato.

Dopo quasi quattro anni al timone, per Marco Morelli è il momento di lasciare Mps. Il saluto a investitori e analisti arriva con la presentazione dell’ultima trimestrale, chiusasi con una perdita di 244 milioni di euro, complici gli extra accantonamenti (per 193 milioni) legati agli effetti dello scoppio della pandemia. Tra dieci giorni, il 18 maggio, il ceo passerà formalmente il testimone al successore, Guido Bastianini, e al nuovo board voluto dal Mef, azionista di maggioranza con il 68% del capitale.

Ovvio che per Morelli ci sia dunque spazio per fare un bilancio del lavoro fatto fino ad oggi e di quello che ancora resta da fare, per la banca che guida dal 2016. E il messaggio è chiaro. La prima urgenza, secondo il banchiere, è quella di rivedere integralmente il piano di ristrutturazione al 2021 concordato con la Commissione Ue nel 2017, quando al Tesoro fu concesso di entrare nel capitale della banca a patto di rispettare un serie di paletti stringenti. Quel piano al 2021, oggi ancora valido, in verità «era già molto vecchio allora come stime», evidenzia Morelli, e da tempo non è più praticabile, perché troppe cose sono cambiate. A maggior ragione ora, con lo scoppio della pandemia. Dunque «adesso è fondamentale che l’azionista della banca valuti l’opportunità di rinegoziare un nuovo piano».

Si vedrà col tempo quali saranno le mosse del nuovo management e quali frutti porteranno le interlocuzioni tra il Tesoro e Bruxelles. Di certo, per Morelli, Mps ad oggi non sta giocando al pari dei suoi competitor e invece deve «poter correre come gli altri» perchè ha «dimostrato di saper tornare sul mercato». Anzi. Proprio perché la pandemia ha cambiato i paradigmi di fondo – provocando non a caso la sospensione della normativa sugli aiuti di Stato – nel quadro della discussione tra Roma e Bruxelles dovrà inserirsi un ragionamento anche sulla proroga della scadenza dell’uscita del Mef dal capitale, ad oggi fissata al 2021. Il ceo uscente riconosce che oggi «c’è un terreno più fertile con Bruxelles per l’interlocuzione» e il tema dovrà essere ragionevolmente affrontato. Ancora nessun riscontro formale dall’Ue, invece, è arrivato sul tema dello scorporo ad Amco di circa 10 miliardi di Npl, anche se l’augurio è che il disco verde arrivi «a stretto giro».

La conferenza con i giornalisti è anche l’occasione per chiarire i motivi dell’addio a Siena. «Io ho sempre detto che avrei rispettato il termine del mandato e non quello del piano di ristrutturazione che va oltre», spiega il manager. Insomma, dietro l’indisponibilità a proseguire nel ruolo di a.d. non c’è «nessun attrito o discordanza o scontro» con l’azionista pubblico. Piuttosto, a chi gli chiede come mai il Tesoro dal 2017 ad oggi non abbia valutato aggregazioni, Morelli risponde che la banca ha «sottoposto da metà 2018 in avanti varie possibili strade, l’azionista le ha valutate e immagino al suo interno abbia fatto i suoi ragionamenti e, fino ad ora, non ha ritenuto di accelerare il timing di uscita».

Tornando alla trimestrale, la banca conferma la sua vitalità sotto il profilo commerciale. Le commissioni tengono a 370 milioni di euro (-0,3% trimestre su trimestre), mentre il margine di interesse a 327 milioni di euro, con un calo dell’1,9% rispetto al trimestre precedente. Qualche preoccupazione in più, in prospettiva, potrebbe arrivare dai crediti. Per iniziare a tutelare il bilancio, il management accantona prudenzialmente 193 milioni di rettifiche addizionali legate al nuovo scenario macro. Sullo sfondo, rimane il tema dei rischi legali: una mina da 4,8 miliardi di petitum, di cui 3,9 a rischio di esborso giudicato «probabile» o «possibile» dalla banca stessa.

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