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Moody’s taglia Mps, bond spazzatura

Il livello «spazzatura» attribuito ieri da Moody’s al merito di credito del Montepaschi costa all’istituto senese 170 milioni di capitalizzazione. Ieri in Borsa ha aperto in forte calo e con scambi pesanti, fino al -6,36% a 0,23 euro della chiusura. E questo nonostante Rocca Salimbeni abbia reagito con forza e l’amministratore delegato, Fabrizio Viola, abbia definito il taglio del rating «sconcertante per la tempistica e le motivazioni». Moody’s «non avrebbe tenuto conto» né del piano industriale che ha appena tre mesi né dell’aumento di capitale da 1 miliardo appena autorizzato dai soci né del calo degli spread, «il cui significativo miglioramento sta già portando benefici sul capitale» visto che fa migliorare il valore dei 27 miliardi di titoli di Stato che sono la zavorra di Mps. Insomma, Moody’s in maniera «incoerente e ingiusta» avrebbe ragionato con gli occhi rivolti al passato. Stessa lettura espressa anche dal presidente della Fondazione Mps, Gabriello Mancini.
Ma se i dati di Moody’s sono vecchi, come mai il mercato ha reagito così male? «Più che al downgrade gli investitori hanno prestato orecchio alle indiscrezioni sull’aumento di capitale», è l’interpretazione di un analista che per conto di una banca straniera segue Mps. Ieri in effetti l’istituto ha dovuto anche smentire l’indiscrezione secondo cui il presidente Alessandro Profumo avrebbe sondato la disponibilità di Ubs per avviare in anticipo l’aumento di capitale. La Stampa di ieri ha riferito di colloqui tra Profumo e l’amministratore delegato di Ubs, Sergio Ermotti (già vice di Profumo quando entrambi erano in Unicredit). Lo stesso banchiere milanese nei giorni scorsi aveva detto che l’aumento non è imminente e ieri la banca lo ha ribadito. La delega per la ricapitalizzazione può essere esercitata entro il 2015 e potrebbe partire a fine 2014.
Che per Viola la giornata non sarebbe stata facile era dunque facile prevederlo: il livello «Ba2» al quale è stato tagliato il rating (dal precedente «Baa3») comporta un declassamento di due livelli fin sotto la soglia «investment grade» nell’area «speculativa» altrimenti detta «junk» (spazzatura). Un livello di cinque gradini più basso rispetto al merito di credito dello Stato italiano, cui di solito sono allineate le banche. Per Moody’s nonostante gli 1,5 miliardi di aiuti di Stato sotto forma di Tremonti bond (che però ancora devono essere autorizzati dalla Commissione europea) Mps potrebbe alla fine avere ugualmente bisogno di un «aiuto esterno». Secondo l’agenzia, la banca potrebbe avere difficoltà a generare una redditività sufficiente a rinforzare autonomamente il capitale per rimborsare i 3,4 miliardi di aiuti di Stato (vanno contati infatti anche gli 1,9 miliardi già emessi) a causa della crisi economica anche nel 2013. Moody’s sottolinea poi che i crediti dubbi di Mps sono saliti al 17% del totale contro una media del 13% delle banche italiane e che nonostante la riduzione degli impieghi prevista dal piano industriale la banca resterà esposta ai prestiti della Bce.
Viola ieri in una serie di interviste alle agenzie ha cercato di rassicurare gli investitori: «Non ci sono effetti immediati sul funding perché la liquidità della banca è positiva» e comunque il rating da parte delle altre agenzie è ancora a «investment grade, e vale quello più alto». Il banchiere ha anche confermato il 7% di redditività prevista nel 2015. A venire incontro a Mps è stata ieri Mediobanca, sottolineando che l’aumento di capitale alla fine potrebbe non servire, se il valore negativo dei Btp li riducesse significativamente grazie al calo dello spread. E anche Banca Akros si è detta «sorpresa» per il downgrade arrivato o troppo tardi o troppo presto.
Intanto ieri per l’ex presidente di Mps, Giuseppe Mussari, attuale numero uno dell’Abi, che ha detto di non di essere indagato nell’inchiesta su Antonveneta, è arrivato il sostegno dell’amministratore delegato di Unicredit: Mussari «ha tutto il nostro supporto, non solo il mio, ma dell’Abi nel suo complesso», ha detto Federico Ghizzoni.

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