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Moody’s taglia a «junk» il rating di Mps

Piove sul bagnato di Rocca Salimbeni. Il declassamento del rating di Banca Mps deciso da Moody’s, da “Baa3” a “Ba2”, con un salto all’ingiù di due gradini fino a livello “spazzatura”, rischia di essere il classico bastone tra le ruote del carro senese, proprio nel momento più delicato della ripartenza per il gruppo senese, guidata dal presidente Alessandro Profumo e dall’amministratore delegato Fabrizio Viola, secondo le linee tracciate dal piano industriale 2015.
Nonostante la nuova inienzione di capitale promessa dallo Stato (1,5 miliardi che si aggiungono agli 1,9 miliardi dei vecchi Tremonti bond), denaro atteso a Siena entro fine anno, Moody’s ritiene che la banca abbia la concreta possibilità di dover ricorrere a ulteriori aiuti esterni per fronteggiare le necessità patrimoniali. «La qualità degli asset di Mps continuerà a peggiorare, date le deboli prospettive di crescita dell’Italia», scrive l’agenzia americana, che sottolinea anche le «difficoltà di esecuzione del piano industriale» e i problemi del Paese a «estendere l’appoggio sistemico».
Il titolo di Rocca Salimbeni, ieri, è crollato fino a 0,23 centesimi (-6,3%), dopo che nelle ultime sedute borsistiche aveva fatto registrare un trend positivo. «Ingiusta e incoerente»: così Viola bolla la decisione di Moody’s. «I casi sono due: o questo taglio del rating arriva troppo tardi, in quanto fa riferimento alla scarsa capacità di generare reddito dell’ultimo anno e mezzo – dice l’amministratore delegato – oppure è in anticipo, perchè boccia dopo soli tre mesi un piano industriale che ha una prospettiva di tre anni e mezzo, già avviato su tutti i fronti, sia per quanto riguarda la produttività che l’efficienza operativa».
È un sentiero stretto, quello imboccato dalla terza banca del paese, al cui termine Profumo e Viola si sono impegnati a raggiungere una redditività del 7% sul patrimonio netto (il minimo per attrarre un investitore). Le tappe di questo percorso sono costituite dalla vendita di alcune partecipazioni (il 60% di Biverbanca è già stato ceduto alla Cassa di Asti), l’esternalizzazione di attività come il back office, la chiusura di 400 filiali, la rimodulazione delle buste paga (l’integrativo aziendale è stato disdettato), con l’obiettivo di ridurre di 4.600 unità il numero dei dipendenti del gruppo (oggi sono oltre 30mila) e di 600 milioni i costi operativi.
«Il deficit patrimoniale individuato dall’Eba è tutto riconducibile alle minusvalenze sui titoli di Stato italiani che la banca ha in portafoglio», spiega Viola, ricordando come in questo momento quei 26 miliardi di Btp in cassa stiano beneficiando della riduzione dello spread e come il rating dell’Italia sia cinque tacche più alto di quello assegnato al Monte. «Un’incoerenza evidente», per il manager senese.
Tra i fattori che il vertice di Banca Mps mette in evidenza c’è poi la delega che gli azionisti hanno dato al consiglio d’amministrazione per aumentare il capitale fino a un miliardo. «Moody’s avrebbe dovuto tenerne conto», dice Viola, che sottolinea come l’emissione di nuovi titoli a favore del Tesoro, per remunerare i Monti bond in caso di assenza di dividendo da parte della banca, si risolverebbe in un rafforzamento del patrimonio. Analogamente al rilascio di warrant, ventilato da Profumo in occasione dell’assemblea lo scorso 9 ottobre, a vantaggio degli azionisti della banca tagliati fuori dall’aumento, previsto senza diritto d’opzione.
Anche per gli analisti di Banca Akros, che confermano l’indicazione “hold” sul titolo Mps con target price a 0,26 euro, il «downgrade di Moody’s è avvenuto o troppo tardi, in quanto i problemi di solvibilità del gruppo senese erano noti da tempo, o troppo presto, visto che i dettagli sui Monti bond non sono stati ancora perfezionati». Ma tant’è: il titolo Mps è considerato “spazzatura” e il costo del funding per il gruppo di Rocca Salimbeni aumenterà.

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