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Moody’s non si fida della Spagna

di Michele Calcaterra

Schiaffo in faccia di Moody's alla Spagna. Ieri l'agenzia ha infatti ridotto di uno scalino il rating del debito del paese da AA1 a AA2 (stesso livello dell'Italia) con prospettiva negativa in quanto crede che il costo della ristrutturazione bancaria possa essere maggiore del previsto e perché dubita delle capacità dell'esecutivo di mantenere sotto controllo i conti pubblici.

Il taglio era da tempo nell'aria (dal mese di dicembre), ma il fatto che l'annuncio sia arrivato in mattinata, quando nel pomeriggio si attendevano i dati della Banca di Spagna sulla solvibilità del sistema creditizio e sul fabbisogno necessario al suo risanamento, va letto come un vero e proprio atto di sfiducia nei confronti non solo della Banca centrale, ma anche del governo e della solvibilità del paese. Come a dire: tu pubblica pure i tuoi dati, ma noi non ci crediamo.

In effetti i dati resi noti dalla Banca centrale nel tardo pomeriggio appaiono più che confortanti e denotano il buon stato di salute del settore creditizio nel suo insieme. Evidenziano, infatti, l'obbligo per 12 istituti di aumentare il loro capitale per un importo complessivo di 15,15 miliardi di euro (possibili però nuove variazioni), inferiore quindi ai 20 miliardi stimati dal governo, ma soprattutto molto lontani dalle proiezioni dei principali analisti e della stessa Moody's più propensi a interventi superiori ai 50 miliardi di euro, a seconda degli scenari.

Una differenza stridente spiegata probabilmente dal diverso calcolo che si fa dei rischi, delle sofferenze e delle partite incagliate nel portafoglio di banche e casse: circa 70 miliardi (il 7% del Pil del paese) nel solo settore immobiliare e delle costruzioni che difficilmente potrà rientrare in tempi brevi date le difficoltà del ladroni, il mattone. L'ammontare del fabbisogno complessivo dipenderà dall'intensità della crisi dei prossimi mesi e dalle capacità della Spagna di riattivare la sua economia e di risanare i conti pubblici.

La doccia fredda relativa al rating ha avuto ripercussioni sulle principali Borse e sui tassi che sono immediatamente entrati in tensione, anche se poi la situazione è andata normalizzandosi a dimostrazione del fatto che i mercati hanno già scontato la delicata situazione del debito dei paesi periferici. Questo non esclude però che nei prossimi giorni la crisi non possa accelerare in paesi come il Portogallo.

Ciò che colpisce è che Moody's abbia deciso di mantenere la prospettiva negativa sulla Spagna a causa della sua «vulnerabilità e della sua instabilità dovuta alle elevate necessità di finanziamento». Finora, infatti, il paese non ha avuto alcun problema di approvvigionamento, tanto che la speculazione sembrava ormai aver allentato la presa. Evidentemente però le agenzie di rating non si fidano della tenuta di Madrid e mantengono l'allarme rosso. Non solo Moody's, ma anche Fitch e Standard&Poor's.

Il ministro dell'Economia, Elena Salgado si è mostrata sorpresa del timing dell'annuncio di Moody's, sottolineando che l'agenzia di rating avrebbe fatto meglio ad aspettare i dati della Banca di Spagna, prima di prendere posizione. Pur ammettendo, però, che la Spagna deve: da un lato accelerare il risanamento del settore creditizio, implementando al più presto l'ultimo pacchetto di misure finanziarie e dall'altro tenere maggiormente sotto controllo il deficit crescente delle regioni autonome.

Ma torniamo alle banche. Il fabbisogno complessivo di 15,1 miliardi di euro è necessario per ottemperare alle nuove esigenze di core capital del 10%, imposte dalla Banca di Spagna. Ad essere deficitari sono 12 istituti: 2 banche spagnole (Bankinter e Bankpyme), 2 straniere (Deutsche e Barclays) e 8 casse (Bankia, cioè Caja Madrid, Base, Civica, Mare Nostrum, Catalunya Caixa, Novacaixagalicia, Caja España de inversiones e Unnim). Questi istituti hanno 15 giorni di tempo per presentare i loro piani di adeguamento ai nuovi ratio e le misure che intendono adottare. Molte di queste istituzioni – ad esempio Bankia che necessita di circa 6 miliardi di euro – hanno già deciso di collocare tra il 30 e il 40% del loro capitale in Borsa. La strada per il completo risanamento appare ancora lunga.

 

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