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Moody’s declassa Telecom a «junk»

Il debito Telecom diventa “spazzatura”. Il temuto verdetto di Moody’s è arrivato nella nottata, precipitando a junk il rating dell’incumbent italiano che scende a Ba1 da Baa3, oltretutto con outlook negativo. L’agenzia Usa, che aveva messo il merito di credito di Telecom sotto osservazione dall’8 agosto scorso, ha motivato la decisione con «le recenti dimissioni del ceo (Franco Bernabè) che hanno aumentato l’incertezza circa la capacità del gruppo di rafforzare sufficientemente il suo bilancio in modo da mitigare il trend calante di ricavi ed Ebitda sul mercato domestico». Moody’s punta il dito in particolare sulla «mancanza di supporto da parte dell’azionariato a un materiale aumento di capitale». Immediata la reazione della società, che «ribadisce che il gruppo è solido sia dal punto di vista industriale sia finanziario», assicurando che «la riduzione del debito è sempre stata e continuerà a essere una priorità per Telecom Italia, nell’ambito di un percorso di sviluppo sostenibile delle attività industriali».
La minaccia incombente del declassamento del rating ha condizionato la seduta di Borsa, dove il titolo ieri ha finito per chiudere in ribasso del l’1,75% a 0,617 euro. Non è bastato a risollevarne le sorti la notizia del rafforzamento di Blackrock, salito in capitale del gruppo oltre la soglia del 5%: 5,132%, per la precisione, la quota detenuta dal 1° ottobre scorso, come risulta dalle comunicazioni Consob. Una posizione che il gigante dell’asset management Usa ha voluto evidentemente segnalare, visto che, già presente nel 2010 nell’azionariato con una quota del 2,8%, si era poi avvalso della deroga, consentita agli investitori istituzionali, all’obbligo di informativa per partecipazioni superiori al 2%, purchè inferiori al 5%. Superata la soglia, i fondi Blackrock si qualificano come il primo azionista fuori Telco, davanti alla Findim di Marco Fossati che detiene il 5 per cento.
Ora, salvo sorprese, il futuro del gruppo è appeso alle modalità di integrazione con Telefonica. La convocazione degli spagnoli al Cade – l’antitrust brasiliano – si è risolta in una mera informativa, visto che allo stato, formalmente, la posizione in Telco non è cambiata sotto il profilo delle prerogative di potere. Tuttavia per andare oltre e salire al 100% della holding che detiene il 22,4% di Telecom, Telefonica ha bisogno di risolvere tutte le incognite, in America latina e in Italia sullo spin-off della rete. L’orizzonte temporale è la scadenza del consiglio Telecom con l’assemblea di bilancio di fine aprile, con la quale sarà ridefinita la governance in dipendenza del l’assetto dell’azionariato.
Tramontata l’ipotesi di un aumento di capitale, sollecitata da Bernabè che proprio per questo si è dimesso, l’unica opzione per ridurre il debito resta perciò adesso la cessione di Tim Brasil: il bond ibrido, ha informato Moody’s, non viene più considerato per i gruppi non investment grade. Poichè la controllata carioca è sostanzialmente libera da oneri, solo una dismissione a significativo premio rispetto all’attuale capitalizzazione di Borsa avrebbe l’effetto di migliorare il rapporto debito netto/Ebitda al quale le agenzie di rating guardano per le loro valutazioni. Ma nel contesto attuale è del tutto velleitario ipotizzare di spuntare dalla vendita del 67% di Tim Brasil quei 10 miliardi (il doppio rispetto al prezzo di mercato) che Telecom considerava soglia minima per poter considerare la rinuncia all’area tuttora di maggior crescita del gruppo. La prospettiva più realistica è invece la spartizione di Tim Brasil tra i tre concorrenti su piazza: la parte del leone spetterebbe a Oi, il “campione nazionale” che è solo quarto nella telefonia mobile, il resto alla stessa Telefonica e al gruppo America Movil di Carlos Slim, terzo per quota di mercato con Claro. Tutta da verificare, ne ll’ovvio ambito di una procedura con parti correlate, la rispondenza del consiglio Telecom, che sarebbe chiamato ad approvare un’operazione di questo tipo con l’obbligata assenza dei due esponenti di Telefonica, il presidente Cesar Alierta e il suo ex braccio destro Julio Linares.

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