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Moody’s declassa l’Italia e avvisa Londra

di Luigi Offeddu

BRUXELLES — Non è finita. Né per la Grecia, né per il resto dell'Europa. Dopo il voto del Parlamento di Atene, fra i palazzi in fiamme, ecco un nuovo ciclone. L'agenzia di rating «Moody's», citando i «rischi finanziari crescenti derivanti dalla crisi dell'Eurozona», ha declassato Italia (dal livello A2 ad A3 con «outlook», prospettiva, negativa), Spagna, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Malta; poi a Francia, Austria, Regno Unito si minaccia la perdita della «tripla A»: vengono assegnate anch'esse a un «outlook» negativo, un chiaro monito soprattutto per la «city» finanziaria di Londra.
Nuovi problemi anche per la Grecia, che pure ieri era stata brevemente «festeggiata» dalle Borse per il voto del suo Parlamento. La Germania, e la Commissione Europea, hanno fatto capire che il piano di austerità appena approvato non è certo la soluzione del dilemma ellenico; che non basterà da solo e subito a far scattare i nuovi aiuti internazionali per 130 miliardi di euro (più 110 già dati: il più grande salvagente anti-bancarotta della storia europea). Perché quei fondi partano bisogna trovare altri soldi che mancano all'appello, strappare i «sì» di almeno altri 3 Parlamenti (Germania, Olanda, Finlandia), e adempiere ad altri impegni ancora. Servono nuovi sforzi: questo si sentirà forse dire il premier greco Lucas Papademos, atteso per domani al Parlamento Europeo di Strasburgo con Mario Monti. E l'Eurogruppo, la riunione dei ministri finanziari della zona Euro convocata in via straordinaria sempre per domani qui a Bruxelles, non potrà probabilmente che prenderne atto. Quello dell'altra notte è perciò «un passo molto importante» e una prova di «buona volontà», dice la cancelliera tedesca Angela Merkel, però «non si tratta solo di tagliare ma anche di riforme strutturali», e «qualcosa deve essere fatto per aumentare la competitività della Grecia».
Il Parlamento tedesco si esprimerà il 27 febbraio, i suoi deputati non sembrano impazienti di rianimare la Grecia e soprattutto di doverlo spiegare ai propri elettori: anche se il «sì» dovrebbe essere scontato, saranno altri 15 giorni di fiato sospeso. La Germania prende tempo, è il massimo ufficiale pagatore di qualunque piano di aiuti targato Eurozona o Ue: solo ai primi di marzo, farà conoscere quali sono le sue intenzioni. Berlino vuol anche sapere prima come finirà l'accordo da 100 miliardi fra il governo greco e le banche e i creditori privati, per la rinegoziazione del debito: quanti creditori accetteranno davvero di perdere dal 50% al 70% del loro investimento nello scambio dei titoli greci? Ma quei creditori, a loro volta, aspettano di sapere come si muoverà Berlino, che posta metterà nel piattino che gira intorno alla tavola europea. In due parole, la marea della fiducia è assai bassa, troppi ricordi di promesse beffate vengono dal passato greco, e ora dalle parole bisogna volgersi ai fatti. Ma in fretta, molto in fretta. Entro l'Eurogruppo di domani, auspica o intima il commissario Ue agli affari economici Olli Rehn, dovranno essere adempiute le tre condizioni poste da Bruxelles ad Atene: la ratifica del Parlamento a tagli e liberalizzazioni (già compiuta, fra le nuvole dei gas lacrimogeni), la firma dell'impegno scritto da parte dei leader della maggioranza a portare avanti le riforme anche dopo le elezioni politiche anticipate di aprile (niente firme, finora), e il «tappo» necessario per coprire l'ultimo mancato risparmio sui bilanci, 325 milioni che avrebbero dovuto saltar fuori dai tagli alle pensioni e invece non si trovano ancora.
C'è poi un ultimo punto interrogativo, di cui nessuno parla a voce alta: secondo fonti greche, anche i «vecchi» 130 miliardi già non bastano più perché vi sarebbe una nuova falla da 15-25 miliardi. Non è finita, né per la Grecia né per l'Europa.
 

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