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Moody’s declassa Enel Rating da Baa1 a Baa2: pesano Spagna e Italia

Moody’s rivede al ribasso, da Baa1 a Baa2, il rating a lungo termine di Enel e della sua controllata spagnola, Endesa, allineandolo al profilo di rischio della Repubblica Italiana. L’agenzia internazionale ha concluso lunedì il processo di revisione del giudizio sul gruppo elettrico avviato a metà giugno: già allora le avvisaglie che il profilo di rischio avrebbe potuto peggiorare alla luce di fattori macroeconomici, regolatori e politici erano evidenti. E a oggi la situazione non è migliorata: a pesare ancora una volta è l’esposizione del gruppo Enel sui mercati italiano e spagnolo, da cui è arrivato il 60-70% dell’Ebitda del primo semestre. Margine che già a giugno aveva subito un’erosione a causa del calo della domanda di energia elettrica e della sempre maggiore presenza sul mercato di energia prodotta da fonti rinnovabili (e dunque sussidiata). Moody’s ritiene che Enel stia continuando ad adottare misure per bilanciare l’impatto di questi fattori sul proprio profilo finanziario, ma questo potrebbe non essere sufficiente a controbilanciare anche gli effetti della riforma del sistema tariffario in fase di approvazione in Spagna e il cui impatto finale resta ancora incerto. Per questo motivo l’agenzia ritiene che Enel dovrà «considerare ulteriori misure compensatorie rispetto a quelle annunciate nel piano industriale di marzo (tra cui moderate dismissioni, riduzione del dividendo e taglio degli investimenti) per migliorare il profilo finanziario». Le cessioni, tra cui quella di Endesa Ireland formalizzata a inizio ottobre, il recupero di crediti regolatori e la riduzione del dividendo consentiranno di recuperare circa 2 miliardi entro la fine dell’anno; a questi si aggiungeranno altri 2,5 miliardi di flusso di cassa della gestione ordinaria che consentiranno al gruppo di rispettare il target di riduzione dell’indebitamento da 47,5 miliardi di fine giugno a 43 miliardi. Fin qui il progetto annunciato a marzo, che però per Moody’s potrebbe non bastare più. La riforma delle tariffe elettriche varata in Spagna, che prevede un aumento della tassazione sui ricavi da generazione (e che colpisce Endesa), comporterà una riduzione dei ricavi per la controllata spagnola stimata in circa 400 milioni. Ma la questione fondamentale che l’iter parlamentare delle riforma dovrà chiarire è in quale misura e in quali tempi le società elettriche potranno ribaltare sugli utenti (in termini di aumenti tariffari) la stretta fiscale. Una parte dei proventi di quelle tasse, comunque, servirà al governo spagnolo per ripagare il deficit tariffario che vede il gruppo Enel creditore per circa 5 miliardi. L’avvio della restituzione di questi fondi – osserva Moody’s – sarà un fattore importante per il miglioramento del profilo finanziario del gruppo Enel. Ma nell’attesa che tutti questi aspetti si chiariscano, l’agenzia in via prudenziale ha deciso di declassare la società italiana. Alla quale, comunque, non manca di riconoscere di aver provveduto a rifinanziare il debito allungandone la scadenza, ottenendo una «flessibilità» finanziaria che nell’attuale situazione di acesso al finanziamento molto «volatile» non guasta.
Intanto, però, il gruppo guidato da Fulvio Conti si appresta a definire le prossime tappe del maxi-aumento di capitale di Enersis, la controllata cilena dell’Enel. Ieri il cda della società è stato chiamato a individuare una volta per tutte il valore degli asset, conferiti da Endesa Latam in sede di aumento, e a fissare la data di convocazione dell’assemblea dei soci che dovrà deliberare l’operazione. Il board, dopo la riunione interlocutoria della scorsa settimana, è andato avanti per diverse ore e oggi dovrebbe esser reso noto il “peso” delle partecipazioni detenute da Endesa Latam in dodici società latino-americane. Una prima perizia aveva fissato in 4,9 miliardi di dollari il loro valore, ma la stima è stata poi rivista al ribasso dalle valutazioni di due periti indipendenti, scesi in campo per conto del cda e dei tre consiglieri indipendenti in rappresentanza delle minoranze (il 39,4% del capitale), che dovranno metter mano al portafoglio per prender parte all’aumento di capitale.

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