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Moody’s boccia Fiat, titoli giù del 6%

MILANO — Declassamento. Con prospettive negative. L'integrazione di Chrysler potrà sì essere — come scommette Sergio Marchionne — il fattore cruciale del lancio Fiat tra i leader dell'auto mondiale. Ma domani (e a precise condizioni). Oggi, sulle potenzialità industriali prevalgono le certezze dei pesi finanziari. Con il consolidamento di Auburn Hills il Lingotto certamente raddoppia il proprio perimetro di attività. La «dote» è però fatta anche di elevato indebitamento. Ovvio, visto che Detroit nasce da un fallimento e un salvataggio, pagato con salatissimi prestiti rimborsati in anticipo al Tesoro ma in contemporanea rifinanziati sul mercato. Ovvio anche, tuttavia, che proprio questo sia il punto su cui si concentrano le agenzie di rating. E cala la scure. Almeno (per ora?) quella di Moody's. Aveva avviato la nuova analisi il 26 aprile, dopo la scalata che ha portato al controllo della casa Usa. Ieri il verdetto. È una bocciatura, pur se con spiragli legati alle sfide che Marchionne promette di vincere. Il voto di Fiat «senza» Chrysler era Ba1. Quello di Fiat «con» Chrysler scende a Ba2. Con outlook, appunto, negativo sugli 8,3 miliardi di crediti coinvolti.

Il downgrade, che costa al Lingotto un crollo del 6,2% in Borsa, «riflette le attese che le credibilità creditizie» di Torino e Detroit (cui la stessa Moody's aveva attribuito un B2 con outlook positivo) «si allineeranno via via che strategie e operazioni dei due gruppi diventeranno più interconnesse». Sul fronte industriale, in altre parole, l'integrazione potrà avere un impatto positivo che in parte già si vede: «Sulla diversificazione geografica» di Fiat, prima «molto limitata», e sui «potenziali risparmi legati a nuove sinergie». Se però «l'uso crescente di comuni architetture, moduli e tecnologie» è la premessa indispensabile agli obiettivi fissati da Marchionne, su un altro piano «l'aumento della dipendenza reciproca potrebbe sfociare in due società che devono sostenersi a vicenda in caso di difficoltà finanziarie, nonostante Fiat non garantisca il debito di Chrysler».

Tutto, insomma, si gioca sull'effettiva riuscita del gruppo unico in via di costruzione. Il lavoro è a buon punto, ma tutt'altro che completato. Ed è qui che gli analisti aprono uno spiraglio: poiché l'outlook negativo è esplicitamente legato «ai rischi dell'integrazione», la conclusione «con successo» dell'operazione «potrà stabilizzare» le prospettive. Sulle quali pesano comunque altre incognite. Il Lingotto «esclusa Chrysler», riconosce Moody's, ha «un buon profilo di liquidità». Rimane tuttavia l'incertezza del contesto. Comune a tutti i costruttori per quel che riguarda la ciclicità del business. Più accentuato per Fiat a causa del «relativamente scarso tasso di rinnovo dei modelli». E aggravato dal quadro-Italia: «Le misure di austerità e la debolezza dell'economia, legate alla crisi del debito, potrebbero penalizzare la domanda sul mercato chiave del gruppo».

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