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Moody’s abbassa il rating della Fiat

Moody’s taglia il rating di Fiat e Peugeot. Sergio Marchionne, amministratore delegato dell’azienda italiana, la prende con filosofia («il giudizio di Moody’s non è una sorpresa») e rilancia da Bruxelles l’appello alla Ue: basta accordi di libero scambio che aprono il mercato europeo dell’auto. Il titolo Fiat ha chiuso ieri praticamente invariato a 4,282 euro.
Moody’s ha ridotto ieri il giudizio sui debiti Fiat e Peugeot a Ba3 da Ba2. La mossa dell’agenzia Usa porta il voto sui titoli del Lingotto allo stesso livello di quello di Standard & Poor’s. Le prospettive ulteriori sul rating, si legge in una nota, sono negative. È «molto improbabile che il rating migliori», scrive Moody’s, mentre ci sarà un nuovo downgrade «se il cash flow della società dalle sole attività industriali dovesse superare il dato negativo di 2 miliardi di euro nell’anno corrente, senza indicazioni di un miglioramento nel 2013». Nei dodici mesi al 30 giugno – segnala il report – l’attività di Fiat (Chrysler esclusa) ha bruciato 2,8 miliardi di cassa. Il rating potrebbe essere sotto pressione anche se la società perdesse significative quote di mercato in Europa o se gli utili delle attività brasiliane, la maggior fonte di cash flow, dovessero diminuire.
Dietro al declassamento del Lingotto c’è in primo luogo il calo della domanda di auto in Italia: «Il taglio riflette – scrive il capo analista Falk Frey – il declino nella domanda di auto in Italia, che pesa per oltre la metà sulle vendite europee del gruppo Fiat ed è quindi il fattore fondamentale delle crescenti perdite dei marchi di massa e del consumo di cassa in Europa».
Marchionne – a Bruxelles per un convegno in veste di presidente dell’Acea, l’associazione dei costruttori – ha reagito con un «lo sapevamo, avevamo discusso con Moody’s varie volte». E ha commentato: «È una valutazione comprensibile visto lo stato del mercato in Italia e in Europa». Un mercato che, a detta del manager, «non si riprenderà nel 2013 se non in misura marginale».
Secondo il numero uno del Lingotto «spetta all’Ue aprire un dialogo franco con i Paesi membri per gestire la crisi dell’auto». Un appello già lanciato nei mesi scorsi e che si è scontrato con le resistenze delle case tedesche, più in salute (tranne Opel) di Fiat e dei francesi. L’amministratore delegato di Fiat chiede una riduzione della sovracapacità strutturale: «gli stabilimenti in Europa vendono a prezzi stracciati e questo riflette una competitività esagerata. È una storia identica a quella vissuta negli Stati Uniti nel 2008-2009; là si vendevano auto 6-7 mila euro al di sotto dei prezzi di listino e sono fallite due tra le più grandi aziende del settore».
Marchionne ha anche rilanciato l’appello alla Ue perché «smetta di firmare accordi di libero scambio. Questo non è il momento di abbracciare il libero scambio, davvero no. Prima di firmare questi accordi la Commissione europea deve permettere all’industria dell’auto europea di strutturarsi e di prepararsi a questa apertura del mercato e finanziare il proprio aggiustamento strutturale». Nel mirino di Marchionne, sostenuto dai costruttori francesi, sono l’accordo firmato con la Corea – che ha contribuito al boom di vetture asiatiche in Europa – e quello che l’Ue vuol negoziare con il Giappone.

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