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Monti «sfida» i partiti: noi abbiamo consenso, loro no

di Marco Galluzzo

TOKYO — «No comment, non ho neanche letto i giornali». Cerca di tenersi fuori. Nel salone dell'ambasciata italiana, alle dieci di sera, Monti rifiuta domande su partiti e legge elettorale. Cerca, ma non gli riesce del tutto: perché anche in un elogio del sistema politico italiano, della sua «maturità», della capacità di «capire che la gente ha desiderio di una governance meno gridata», poi, alla fine, qualcosa che si accosta a un giudizio di valore la dice: «Noi», inteso come il modello del suo esecutivo, «godiamo di consenso, i partiti no».
E' un paradosso, che suscita irritazione a Roma, ma inserito in un contesto più ampio: una difesa del sistema Italia, anche politico, di fronte agli interlocutori internazionali. Se c'è un filo rosso del viaggio asiatico di Monti è la curiosità, insieme all'ansia, che esprimono tutti verso il futuro del nostro Paese, quando l'esperienza di questo esecutivo sarà terminata. Il premier prova a convincerli che nulla sarà più come prima, ci aggiunge una nota d'ironia personale («sarà fantastico, per me»), affronta un'analisi che ritiene irreversibili alcuni tratti della sua esperienza.
Nella sua prima giornata nella capitale del Giappone, che inizia alle otto del mattino e si conclude a cena, con alcuni rappresentanti delle banche, delle assicurazioni e della finanza, Monti parla in inglese, per circa 35 minuti, ad una platea di 600 osservatori selezionati dal gruppo editoriale Nikkei Shimbun, poi incontra il board della Keidanren, la Confindustria giapponese, invitandola a fare pressioni sul governo affinché siano rimosse le barriere per avviare il negoziato con la Ue in tema di libero scambio.
In entrambe le sedi, quando si tocca il modello Italia, l'analisi è una difesa a spada tratta. In un Paese come il Giappone che ha tassi di instabilità politica divenuti celebri, oltre che un debito pubblico del 211% in rapporto al Pil, Monti loda la capacità di Berlusconi di aver lasciato in anticipo, senza aver subito una sfiducia; e quella della politica di unirsi attorno a un progetto: non è comune che «i partiti, prima belligeranti, abbiano deciso un momento di unità nazionale».
Ora però, continua, gli investitori internazionali dicono: «Ok, questo governo non è male: abbiamo deciso di tornare in Italia, ma cosa succederà fra un anno? La mia fiduciosa speranza è che questo sia un anno di trasformazione, non solo sul fronte del bilancio, ma anche perché i partiti stanno vedendo che la gente sembra apprezzare un modo moderato di affrontare i problemi, e questo governo sta godendo di un alto consenso nei sondaggi di opinione, i partiti no».
Insomma è un modello che si impone, almeno è questo l'auspicio, girato anche al primo ministro Noda, che Monti incontra nel pomeriggio. «Gli italiani sembrano capire che la cosa importante è l'interesse di lungo periodo del Paese — aggiunge — quindi l'obiezione sulla stabilità o l'inadeguatezza del sistema politico può anche essere confutata».
E ovviamente la maturità degli italiani, è l'altro auspicio, può essere evocata anche sulla riforma del lavoro, che «provoca alcuni risentimenti, ma ho l'impressione che la maggioranza degli italiani la percepisca come un passo necessario nell'interesse dei lavoratori, mentre l'attuale sistema, mi spiace, scoraggia gli investimenti nel Paese. Le imprese hanno paura di assumere perché è molto difficile licenziare per ragioni economiche».
Il professore Takatoshi Ito gli chiede quante chance ci sono che la riforma passi così com'è. Risposta: «Sono fiducioso, il caso precedente delle pensioni mi lascia ben sperare. Una parte della riforma è accettata da tutti, un'altra, strettamente complementare, rappresenta una medicina più amara da ingoiare. Ma noi abbiamo il dovere di tenere un equilibrio e spero che il Parlamento concluda l'esame prima dell'estate».
 

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