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Monti scrive ai partner Ue: più flessibilità

BRUXELLES — Mario Monti ha scritto una lunga lettera ai colleghi europei riuniti da ieri al vertice di Bruxelles per chiedere maggiore flessibilità nei conti pubblici italiani. «Crediamo che l’Italia, che ha rigorosamente rispettato tutti gli impegni presi, dovrebbe oggi poter utilizzare ogni possibile e ulteriore margine consentito dal Patto per attuare immediatamente un piano di sostegno alla creazione di posti di lavoro stabili e di migliore qualità, alleggerendo il cuneo fiscale sui nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato, favorendo l’apprendistato dei giovani e rafforzando i servizi per l’infanzia». Lo scontro tra chi, come Monti e il francese Hollande, chiede più flessibilità nei conti pubblici per stimolare la crescita, e chi teme che questo possa compromettere il risanamento finanziario è l’essenza di questo vertice, che potrebbe anche aprire ad un ammorbidimento del rigore europeo.
Nella sua missiva, il premier ricostruisce l’evoluzione del Paese negli ultimi anni, i risultati ottenuti dal suo governo e le difficoltà nel far accettare il costo delle riforme: «In questo contesto, il sostegno dell’opinione pubblica per le riforme e — cosa ancor più preoccupante — nei confronti della stessa Ue, sta subendo un drammatico declino: una tendenza che è visibile anche in molti altri paesi dell’Unione». Nessuno lo dice apertamente, ma il risultato delle elezioni italiane pesa come un macigno al tavolo dei capi di governo, che ieri ancora una volta hanno reso omaggio all’operato di Monti. Come ha ricordato anche la Banca centrale europea, verosimilmente l’Italia sarà il primo Paese dell’Eurozona ad uscire dalla procedure per deficit eccessivo aperte da Bruxelles, mentre Spagna, Belgio e Francia non centreranno gli obiettivi di risanamento che erano stati concordati.
Ma la dura sconfitta elettorale del partito del rigore in Italia, oltre a far temere che il Paese possa tornare alle finanze allegre di Berlusconi, lascia capire ai leader europei che l’elastico della tenuta sociale è arrivato, in Europa, al punto di rottura. «Attenti a non sottovalutare le implicazioni del risultato elettorale in Italia — ha avvertito il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz — Sia a livello nazionale sia a livello europeo abbiamo fallito nel far arrivare alla gente il nostro messaggio: le nostre politiche sono offensive per il senso di giustizia di molte persone». Il premier lussemburghese Jean Claude Juncker si spinge a parlare di «rischio di rivolta sociale» arrivando ad un vertice assediato da quindicimila manifestanti, alcuni dei quali hanno occupato gli uffici della Commissione.
La bozza di compromesso, messa a punto dagli sherpa, lascia come sempre margini di ambiguità che consentiranno a tutti di dichiararsi soddisfatti: «La stagnazione dell’attività economica prevista per il 2013 e gli inaccettabili alti livelli di disoccupazione dimostrano quanto sia cruciale accelerare gli sforzi per sostenere la crescita come priorità mentre si persegue il consolidamento di bilancio favorevole alla crescita». Resta da vedere se queste timide aperture sopravviveranno al dibattito della notte, che si annuncia vivace. Ma intanto la Germania comunica che il prossimo bilancio nazionale ridurrà la spesa pubblica al minimo storico degli ultimi 40 anni: segno che, ancora una volta, la locomotiva tedesca si rifiuta di trainare il convoglio europeo.

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