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Monti: patto Ue e la Bce si rilasserà

di Lina Palmerini

Quando i due fatti politici della giornata non sono ancora accaduti Mario Monti arriva alla Camera. Naturalmente sa bene che di lì a poco quella stessa Aula di Montecitorio si esprimerà sull'arresto per Nicola Cosentino così come sa dell'arrivo della sentenza della Consulta sul referendum, due snodi che tengono molto impegnati i partiti e che non sono ininfluenti per il suo Governo. Ma lui se ne tiene distantissimo anche se poi entrambi gli esiti – la bocciatura dei quesiti e il no all'arresto – per molti stabilizzano il suo Esecutivo. Il premier a Montecitorio parla però solo di quello che è appena accaduto nel suo incontro con Angela Merkel, facilitato nel suo resoconto parlamentare dalla lettura positiva che giornali italiani ed esteri davano ieri mattina del faccia a faccia a Berlino. E così rende il suo tono solitamente asettico leggeremente più incline all'ottimismo quando parla del negoziato italiano sul debito – «credo ci stiamo riuscendo» – e di un'azione più «rilassata» della Bce. Uno «stilema», come lo ha definito Pierluigi Bersani, che ha «gli ammortizzatori incorporati».
In effetti, l'ottimismo si rafforza in serata dopo il buon andamento dell'asta dei titoli di Stato e la "promozione" del Fmi. Ma è nelle prossime settimane che il Professore vede una novità positiva arrivare da Francoforte. «Non escludo che la stessa Banca centrale europea, nelle cui decisioni non possiamo entrare, dopo che sarà stato acquisito a livello costituzionale l'accordo sul fiscal compact, che include anche la regola del pareggio di bilancio, si senta più rilassata». Dunque, Monti spera di avere al più presto «alle spalle» quel patto Ue di cui però si chiuderanno i negoziati solo il 29 di gennaio «giorno in cui si terrà il Consiglio europeo che è stato anticipato per ragioni tecniche». Fino a quel giorno le tappe sono ancora molte: c'è l'incontro con David Cameron a Londra la prossima settimana – «ma credo che l'accordo si chiuderà senza la Gran Bretagna» – e c'è poi il trilaterale a Roma, il 20 gennaio, con Nicolas Sarkozy e con la Merkel.
Gli obiettivi italiani sul negoziato sono chiari. Quello che forse sfugge a qualche parlamentare è Monti a ricordarglielo. «Il piano di rientro dal debito è ormai una regola già negoziata e accettata con il contributo del precedente Governo». Un reminder che giova visto che molti deputati e senatori rilasciano dichiarazioni battagliere contro Bruxelles pensando di poter mettere in discussione quelle regole di rientro che comporterebbero manovre di 40-45 miliardi all'anno. Ecco, è sull'entità e la gradualità della riduzione del rapporto debito/Pil che si sta concentrando l'azione negoziale italiana. «Vogliamo evitare che vengano introdotti vincoli più rigidi, limiti procedurali, ulteriori sanzioni». E ancora: «È necessario avere anche criteri qualitativi di applicazione per definire il piano di rientro. Credo ci stiamo riuscendo ma avremo maggiori certezze il 29-30 gennaio».
Queste sono le tappe forzate, ineludibili verso il traguardo di un fiscal compact non punitivo per l'Italia. Ma ciò che è necessario è che l'Europa non abbia la sensazione che il rigore sia solo una parentesi per il Belpaese. «L'Italia deve dare e confermare nella realtà e nelle apparenze l'immagine di un paese maturo che non cede di un millimetro sulla linea del rigore evitando però di cadere preda di un formalismo eccessivo».
Ma il rigore di bilancio è solo uno dei tre obiettivi negoziali che si è posto il Governo Monti. L'altro, ugualmente importante, è un «tema sul quale stiamo spingendo particolarmente: l'agenda per la crescita». Capitolo che ci vede indietro in Europa e che – in tandem con l'alto debito – ha determinato i livelli allarmanti dello spread. «Rafforzare l'integrazione economica» anche con i Paesi fuori dall'euro è un passo da fare ma il confronto vero e politico è sulle ricette della crescita. Monti ha la sua e definisce da «nostalgici» la cura di chi pensa di poter fare Pil con «l'allargamento della domanda, derivante da politiche di disavanzo pubblico. Non è questo il periodo». Una risposta proprio a quegli economisti che lo avevano sollecitato a spingersi su politiche di matrice keinesiana. «Sarebbe una crescita effimera tornare a comportamenti di disavanzo e men che meno a politiche monetarie lasche». La sua ricetta è quella che sta per arrivare: mercati aperti e liberalizzazioni.

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