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Monti: non è più tempo di concertazione

di Marco Galluzzo

ROMA — «A proposito di strumenti e metodi: né oggi né giovedì c'è stato, o ci sarà, un accordo firmato tra governo e parti sociali». Al posto di un accordo ci sarà un semplice verbale. Da siglare entro due giorni, che serviranno per registrare le diverse posizioni e soprattutto per «affinare, rifinire» la riforma. Sull'articolo 18, aggiunge ancora Monti, «la questione è chiusa».
A Palazzo Chigi, a fine giornata, per commentare un lavoro che è terminato, che rivoluzionerà il mercato del lavoro italiano, argomentano in questo modo, con la stessa chiarezza che il premier usa davanti ai cronisti: «Non potevamo permetterci un tipo di concertazione sul quale il presidente non è mai stato d'accordo, per formazione culturale e convinzione personale, ma che soprattutto, oggi, è il Paese a non potersi più permettere».
La concertazione che fu di Ciampi, di altre stagioni e di altri tentativi, è stata ieri accompagnata da Monti, in modo garbato ma deciso, in soffitta. Il premier ha non solo inaugurato ma anche rivendicato un modello nuovo di relazioni industriali, in cui il Parlamento è interlocutore «di livello privilegiato» rispetto alle parti sociali. E in cui l'accordo di tutti, in calce a un testo di riforma, non è più tappa obbligata per innovare. Sarebbe stato benvenuto, un valore aggiunto, ma non è più condizione necessaria, «non può far premio sul merito e sugli obiettivi che l'esecutivo si è dato».
Ci ha tenuto a dirlo lui stesso. Per rimarcare che il Paese ha bisogno di «ammodernare il modo di prendere le decisioni». Aggiungere che «nessuno può avere potere di veto». E infine sottolineare che il governo ha condotto non una concertazione ma «una consultazione», per non ripetere gli errori del passato, «in cui una cultura consociativa» impediva di fare riforme nell'interesse generale.
Dopo dodici ore di riunioni formali e informali, iniziate poco dopo le otto del mattino, all'ora di cena il presidente del Consiglio scende in sala stampa e comunica che la riforma del lavoro è ormai, in sostanza, cosa fatta: «A partire da gennaio si è svolta una fitta serie di riunioni. Ciascuna delle parti ha deciso di avere qualche rinuncia rispetto agli obiettivi iniziali».
Insomma tutti hanno collaborato, fatto dei sacrifici, lui stesso ha detto «grazie» nel corso degli incontri, per «l'assiduità della collaborazione», ma ora è tempo di decidere, nella convinzione che un accordo tradizionale con i sindacati non è più un obiettivo.
«Giovedì si terrà l'incontro conclusivo dove verrà steso il verbale», prosegue Monti, indicando un tempo limite che viene spostato dal ministro Fornero al giorno dopo, il 23 marzo, perché il testo della legge (la forma normativa non è stata ancora decisa) veda effettivamente la luce. Due giorni dopo il premier partirà per Cina e Giappone; racconterà che l'Italia può attirare ora maggiori investimenti: «Spiegheremo all'economia internazionale che avremo un mercato del lavoro più moderno, più europeo, che non ci sono più ragioni per non investire in Italia».
Ovviamente, aggiunge Monti, «con scrupolo» è stata verificata l'adesione di tutte le parti sociali al nuovo modello di articolo 18, riscontrando che «tutte, ad eccezione della Cgil» sono d'accordo. E il no della Camusso, «mi preoccupa, mi dispiace, ma abbiamo accettato un difficile trade off: se avessimo avuto l'adesione della Cgil non credo avremmo avuto l'accordo di tutti gli altri».
Su tutto il resto, «sul quadro della riforma» esiste «un consenso di massima». Riforma che è «nell'interesse del Paese e dei giovani», e che risponde «alla nostra convinzione di massima efficacia: ovvero produrre più posti di lavoro e attrarre più investimenti».
 

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