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Monti: niente Tobin tax se non si frena lo spread

BRUXELLES — È il primo pugno sul tavolo. O il primo colpo di avvertimento. Alla vigilia del Consiglio europeo Monti comincia a porre dei paletti: l’Italia si aspetta delle cose dal vertice e non dirà di sì ad altre, se non le otterrà. È l’inizio della fase finale del negoziato. La condizione è il meccanismo per «raffreddare» gli spread dei Paesi virtuosi: il premier punta a quello e senza non darà il via libera alla Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie sulla quale, pochi giorni fa, aveva detto di essere pronto a schierarsi con Francia, Germania e Spagna, lasciando fuori dallo schema la Gran Bretagna.
Per le sue convinzioni era un cambiamento: la Tobin tax, a giudizio di Monti, sarebbe meglio vararla con il consenso di tutti. Nel vertice di villa Madama, la settimana scorsa, la correzione di rotta: va bene anche la cooperazione rafforzata, ovvero basteranno 9 Paesi; ieri l’ulteriore sterzata: nessun via libera se una cooperazione rafforzata «non ci sarà anche per altri aspetti, come la politica finanziaria di gestione del mercato dei titoli sovrani».
Monti lo dice durante il discorso di accettazione del premio dell’Associazione dei contribuenti europei (dove scherza: «Più che ricevere una laudatio avrei dovuto fare un’excusatio»), lo conferma parlando con i cronisti. Ricorda di essere stato studente dell’economista Tobin, che ha dato il nome all’idea della tassa, e spiega la nuova posizione in questo modo: «Il governo precedente aveva una posizione negativa sulla tassa sulle transazioni finanziarie, noi siamo più aperti e non escludiamo una cooperazione rafforzata. Ma vogliamo una visione più equilibrata e più ampia. Se ci si deve muovere in questo senso, allora la nostra aspettativa e la nostra condizione è che ci dovrebbe essere una cooperazione rafforzata nella politica finanziaria, per esempio per porre rimedio ai fallimenti del mercato sul debito sovrano».
«L’Italia — prosegue Monti — ha fatto un passo importante dichiarando di non esser più ostile alla tassa, di fronte alla richiesta di procedere ad una cooperazione rafforzata, cioè non a 27, ma per esempio per la zona euro, potrebbe prendere in considerazione questa richiesta, ma aderirebbe solo se anche per altri aspetti» ci sarà la stessa volontà.
Tecnicamente non è un veto, ma è qualcosa che complica di molto l’adozione di un’iniziativa che sta a cuore sia a Parigi che a Berlino. Sfilare l’Italia dal progetto significa indebolirlo, ridurne in modo ulteriore i contorni di applicazione. È insomma la prima di una serie di condizioni che da oggi Monti potrebbe portare al tavolo del vertice, dal quale vuole uscire, «anche lavorando sino a domenica sera», ha detto due giorni fa, con un meccanismo di stabilizzazione degli spread sui titoli di Stato.
Le caute aperture di Berlino sul tema, filtrate a Parigi due sere fa, ieri sono state raffreddate dalla Commissione, così come da alcuni Stati solitamente affiancati a Berlino. Il primo ministro finlandese, Jyrki Katainen, durante un incontro con Mario Mauro, capogruppo pdl al Parlamento europeo, è stato molto netto: «Se proviamo a mettere in pratica la proposta di Monti rimaniamo senza soldi entro la fine dell’anno». Il riferimento è all’uso di uno dei Fondi salva Stati per calmierare lo spread dei Paesi in difficoltà. Quel risultato che Monti vuole per lunedì mattina. Ieri Jean-Claude Juncker, premier del Lussemburgo, ha definito Monti «un combattente». Dopo aver ritirato il premio, lo stesso Monti, ad una domanda su mercati e Germania, entrambi da convincere, ha risposto così: «Sono due sfide molto impegnative, ma tutti in Europa danno il loro meglio quando sono in una sfida». La speranza è che proprio la Germania «prosegua nella sua visione, quella di uno Stato decisivo nella costruzione del modello europeo». Lo dice «il premier di mentalità più tedesca che l’Italia abbia mai avuto».

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